Vendereste una dose di veleno, essendo sicuri che chi ve la compra vuole usarla per uccidere qualcuno?

2007-11-2

Obiezione di coscienza, un -NO- che siamo tutti chiamati a
pronunciare di fronte al male.

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Vendereste una dose di veleno,
essendo sicuri che chi ve la compra vuole usarla per uccidere
qualcuno?
Penso proprio di no. E per una ragione
molto semplice: nessuna persona dotata di un po’ di senso
morale vorrebbe diventare complice di un omicidio. Qualcuno
potrebbe rispondere che, in fondo, il mercato si fonda sulla legge
della domanda e dell’offerta, e che non sta a noi giudicare
quello che gli altri vogliono fare con gli articoli in vendita
nella nostra bottega. Ma sono sicuro che questa risposta non
convince nessuno. Nemmeno chi la pronuncia. Soprattutto se il
prodotto che vendo è notoriamente usato per uccidere esseri
umani innocenti.

Ora, l’intervento di Benedetto XVI sull’obiezione di
coscienza dei farmacisti si colloca dentro questo naturalissimo,
banalissimo orizzonte. I fatti: le case
farmaceutiche da qualche tempo hanno messo in commercio delle
pillole che hanno come effetto la soppressione dell’essere
umano concepito
. La cosiddetta “pillola del giorno dopo” ne
è un esempio preclaro: se chi la assume ha concepito
un figlio, il
principio attivo agisce impedendo l’annidamento
dell’embrione, che viene
abortito precocemente
. Ovviamente, le aziende
produttrici fanno del loro meglio per nascondere questa
realtà, e dicono che le loro pillole sono dei normali
contraccettivi. Ma non è così. La conseguenza
è che il farmacista viene messo nelle condizioni di
cooperare a un vero e proprio aborto, semplicemente vendendo la
pillola del giorno dopo a chi gliene faccia richiesta. Di qui,
l’appello del Papa: cari farmacisti, rifiutatevi di
collaborare all’uccisione di un essere umano innocente.

Per tutta risposta, il Ministro della salute, l’esponente del
Partito democratico Livia Turco, ha detto che “non esistono farmaci
che uccidono”. In un certo senso ha ragione: infatti, una pillola
che uccide il concepito non è un farmaco, e non dovrebbe
nemmeno essere prodotta e commercializzata. Il compito dell’arte
medica – che è il frutto dell’azione combinata di medici,
infermieri, farmacisti e altri professionisti del settore -
è quello di curare il paziente, mai di ucciderlo. Quando un
principio attivo provoca la morte di un innocente il farmacista ha
tutto il diritto di non volerci avere nulla a che fare. Di
più: l’obiezione di coscienza all’aborto –
chirurgico o chimico – non è soltanto un diritto, ma
un vero e proprio dovere. Con il suo appello il Papa difende
certamente una dimensione soggettiva della coscienza morale, in
base alla quale nessuno mi deve obbligare a fare una cosa che
“secondo me” è male. Ma difende anche e
soprattutto il senso oggettivo dell’obiezione di coscienza:
cioè la testimonianza, la denuncia pubblica, il grido di
verità che l’obiettore consegna a tutta la
società. Perché la vita di un uomo non è
un’opinione personale. Questo spiega le solite
reazioni isteriche alle parole della Chiesa: a dare fastidio
é il fatto che l’obiettore – con il suo no
all’aborto in pillole – possa scuotere le coscienze.

Possa mettere in crisi la ragazzina che, entrando in farmacia con
la ricetta già pronta, si sente rispondere: “No, io
non voglio e non posso aiutarla ad abortire. Vada altrove”.
Ecco, è questo il supremo inaccettabile scandalo: chiamare
le cose con il loro nome. E’ la verità che dà
fastidio e deve essere tolta di mezzo. E’ una storia vecchia.
Ci aveva provato il Faraone, ordinando alle ostetriche di Israele
di uccidere tutti i figli maschi. Una fine atroce che sarebbe
toccata anche a Mosè. Ma l’ostetrica chiamata alla sua
nascita disobbedì all’autorità: fece obiezione
di coscienza. E la storia del mondo intero cambiò per quel
piccolo, benedetto “no”.

Mario Palmaro






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