Il Papa contro le pillole abortive «Un diritto rifiutare di venderle»

2007-11-1

Benedetto XVI ai farmacisti: «Libertà di coscienza
su prodotti che hanno scopi immorali»

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L’obiezione di coscienza è «un diritto
riconosciuto» anche per i farmacisti, i quali devono essere
liberi di rifiutarsi di fornire medicinali «che abbiano scopi
chiaramente immorali», come l’aborto e
l’eutanasia. Lo ha detto ieri mattina Benedetto XVI,
ricevendo in udienza in Vaticano i partecipanti al Congresso
internazionale dei farmacisti cattolici.

Nel suo discorso, tenuto in francese, il Papa ha chiesto ai
farmacisti, nel loro ruolo di «intermediari tra medici e
pazienti», di far conoscere «le implicazioni etiche
dell’uso di alcuni farmaci». «In questo campo -
ha spiegato il pontefice – non è possibile anestetizzare le
coscienze, per esempio circa gli effetti di molecole che hanno lo
scopo di evitare l’annidamento di un embrione o di cancellare
la vita di una persona». Il riferimento, piuttosto evidente,
è alla cosiddetta «pillola del giorno dopo», la
«norlevo», che appunto impedisce l’annidamento di
un eventuale ovulo fecondato (da non confondere con la RU486,
farmaco abortivo in tutti i sensi) ed è stata approvata in
Italia nel 2000: per acquistarla è necessaria la ricetta
medica da rinnovare volta per volta. Sulla RU486, invece, Ratzinger
aveva già parlato all’inizio dell’anno agli
amministratori del Lazio, spiegando che bisognava «evitare di
introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità
dell’aborto come scelta contro la vita».

Per il Papa dunque i farmaci devono «assolvere realmente al
loro scopo terapeutico». Da qui l’invito ai farmacisti
cattolici ad affrontare «la questione dell’obiezione di
coscienza, che è un diritto che deve essere riconosciuto
alla vostra professione, permettendovi di non collaborare,
direttamente o indirettamente, alla fornitura di prodotti che hanno
per obiettivo scelte chiaramente immorali, come per esempio
l’aborto e l’eutanasia». Ratzinger ha anche
chiesto di «aiutare i giovani che entrano nelle differenti
professioni farmaceutiche a riflettere sulle implicazioni etiche
sempre più delicate delle loro attività e
decisioni». Si tratta «di approfondire la loro
formazione non soltanto sul piano tecnico ma anche su ciò
che riguarda le questioni bioetiche».

Ma nel discorso ai farmacisti, Benedetto XVI non ha parlato solo di
obiezione di coscienza. Ha anche lanciato un appello in favore dei
Paesi del Terzo Mondo: «Le case farmaceutiche – ha detto -
favoriscano l’accesso alle terapie per i più
poveri». «È necessario – ha aggiunto – che le
diverse strutture farmaceutiche, i laboratori e i centri
ospedalieri abbiano la preoccupazione della solidarietà in
ambito terapeutico, per permettere un accesso alle cure e ai
farmaci di prima necessità a tutti gli strati della
popolazione, in tutti i Paesi». Il Papa ha infine ribadito
che «qualsiasi ricerca o sperimentazione deve avere come
prospettiva un eventuale miglioramento del benessere della persona,
non solo gli avanzamenti scientifici» e ha messo in guardia
dai rischi di una sperimentazione incontrollata: «Nessuna
persona può essere utilizzata in maniera sconsiderata come
un oggetto per realizzare sperimentazioni terapeutiche che devono
svilupparsi secondo protocolli rispettosi delle norme etiche
fondamentali».

Le parole di Ratzinger hanno provocato diverse reazioni. Il
presidente dei farmacisti italiani, Giacomo Leopardi, si dice
«pienamente d’accordo col Papa, auspicando da tempo una
precisa regolamentazione in merito»; Isabella Bertolini e
Maurizio Lupi (Forza Italia) plaudono, mentre Ermete Realacci (Pd)
ricorda che la farmacia «è tenuta a fornire
obbligatoriamente tutte le medicine ammesse». Mentre
Silvestri (Pdci) e Menapace (Prc) parlano di «Chiesa
maschilista» e di «pesantissima intrusione» nella
vita civile italiana.

Da ‘Il Giornale’ del 30-10-2007






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