Paradossi storici del femminismo

Paradossi storici del femminismo

.Seminario Palmaro

30 luglio 2021.

 Paradossi storici del femminismo

Inizio con la citazione di poche parole scritte da Eugenia Roccella nell’ormai lontano 1975, nell’Introduzione al libro “Aborto, facciamolo da noi. Una proposta di lotta per l’aborto libero e gratuito in strutture sanitarie pubbliche e un trattamento alternativo per le donne” proprio a cura di Eugenia Roccella, Edizioni-Napoleone

… È un vecchio discorso che non ci stancheremo di ripetere, perché a difendere il diritto all’aborto dobbiamo essere proprio noi femministe che l’aborto in sé per sé siamo le ultime a volerlo, ma è un primo passo verso la libera disponibilità e l’autogestione del nostro corpo, senza la quale non c’è libertà né felicità possibile”

Ecco, per la femminista Roccella la ricerca della libertà e della felicità stava nella libera disponibilità di abortire, di uccidere il figlio che, annidato nel grembo, sta crescendo per arrivare a vedere la luce. La ricerca della felicità stava nella possibilità di libero aborto, nella violenza più dolorosa ai danni di un essere indifeso, del figlio.

Questo è il grande paradosso del femminismo: che cioè abbia usato e gettato tutte le energie e le potenzialità delle donne, derivanti anche dalla riflessione sulla condizione femminile, che avrebbero potuto per davvero essere impiegate per migliorare la condizione della donna nel mondo, per minare e far cadere tutte quelle credenze, quegli stereotipi, quei retaggi che da sempre gravano la condizione femminile, che quelle energie e potenzialità siano state spese nell’affermazione della libertà di aborto, la violenza più feroce e vigliacca che si possa consumare ai danni di un essere umano.

Un aborto legale, assistito, sanitarizzato, distribuito in pillole, un aborto che va via via facendosi sempre più facile e facilitato – siamo arrivati nel nostro Paese al certificato di aborto rilasciato dopo un colloquio a distanza per bypassare il paletto previsto dall’art. 5 della 194 – un aborto che ha travolto ogni legge a presidio dell’innocente, e assieme al diritto ha cancellato la stessa civiltà occidentale di cui stiamo purtroppo godendo gli ultimi brandelli. Oggi la nostra società è fondata sulla violenza legalizzata e assistita.

La possibilità di aborto, di disporre cioè della vita prenatale, ha aperto la porta alle pratiche di fecondazione in vitro, fonte di bambini prodotti ad uso e consumo di strane coppie di sedicenti genitori e fonte inesauribile di materiale genetico da sfruttare per i più lucrosi fini.

In questo modo, per questa strada del femminismo, la donna è giunta a negare se stessa, la sua essenza, la sua ontologia il suo essere colei che accoglie, che si prende cura, che possiede quella “capacità dell’altro”, quella capacità di protezione, di accoglienza, negata dal femminismo.  È certamente vero che non è solo compito femminile l’accogliere, tuttavia, come scrive Hannah Arendt, filosofa che non può certamente essere tacciata di retorica antifemminista, nella donna “c’è quel dato originario, scritto nel corpo, nel cervello, nel cuore, quel dato che, col potere di accogliere la vita, è un di più straordinario, e non un di meno.”

Primo femminismo

La storia ufficiale del femminismo inizia nell’Ottocento con il femminismo storico che era partito da fondate rivendicazioni dello spirito femminile per il riconoscimento di una giusta posizione della donna nella società e di quelle libertà che attengono ad ogni persona, che ancora alla metà del secolo scorso non erano pienamente riconosciute nel campo politico e sociale alla donna. Le prime battaglie delle suffragiste o suffragette sono per l’accesso al diritto al voto e ai diritti politici e si svolgono nell’area del nord dell’Europa e soprattutto in Gran Bretagna dove nel 1865 nasce il primo comitato per l’estensione del diritto di voto e dove viene coniato il termine “femminismo” per indicare il movimento per l’emancipazione delle donne. Le marce delle suffragette scuotono l’opinione pubblica, ma sortiscono pochi risultati: le suffragette dovranno aspettare decenni, l’alba del secolo XX, per vedere risultati concreti. In Europa il primo Stato a permettere alle donne di votare è la Finlandia nel 1906, cui segue la Gran Bretagna nel 1918, mentre le italiane e le francesi dovranno aspettare addirittura fino al secondo dopoguerra. Negli Stati Uniti invece le donne voteranno nel 1920. In Svizzera le donne potranno votare a livello federale solo nel 1971.

Partito dunque da fondate e condivisibili rivendicazioni per il riconoscimento di una giusta posizione della donna nella società, il primo femminismo vede confluire nel suo alveo, verso la metà del secolo XX , decise istanze anticristiane i cui fermenti si possono riconoscere ben prima, nell’eugenismo, diffuso in Gran Bretagna e nei paesi del nord Europa, nel darwinismo, nel neomalthusianesimo, nell’ecologismo.

 Il femminismo radicale

 È questa la seconda ondata , quella che avanza verso la fine degli anni ’60 e nei ’70, quella del cosiddetto femminismo radicale che porta in piazza i temi della sessualità: aborto e diritti riproduttivi. Negli anni ‘70 le piazze vengono invase dalle donne, decise a rivendicare diritti ancora negati: contraccezione, aborto, autodeterminazione. Questo femminismo che si divide, si disperde in mille rivoli, si estenua su infinite elucubrazioni sul tema della differenza, del corpo femminile, dell’uguaglianza, giungendo persino a elaborare l’etica e il diritto sessuati, ad opera delle sue teoriche, ha un denominatore comune: fa della contrapposizione tra i sessi il suo cavallo di battaglia, affondando le sue radici nel dialettico rapporto dei primordi, immaginato dal binomio Marx- Engels per cui i due sessi dall’origine sono in lotta tra di loro per il predominio. L’obiettivo di questo femminismo? Divorzio e libertà di aborto, mediante la narrazione e il perseguimento di una cultura contro la famiglia presentata come “l’istituzione dove si definisce la subordinazione femminile”, una cultura che banalizza la sessualità e usa le sue strategie contro la vita umana più debole.

E anche se sembra che abbia coinvolto soltanto una risibile minoranza di donne, come alcuni si affrettano ad affermare quasi per depotenziarlo, in realtà il femminismo ha diffuso i suoi germi nel sentire comune perché è stato veicolato da strategie comunicative supportate da potenti fondazioni, associazioni, ONG, dietro le quali sta l’appoggio dell’ONU e che per decenni hanno martellato l’opinione pubblica con ogni strumento della comunicazione. Gabriele Kuby, nel suo “La rivoluzione sessuale globale” Sugarco Edizioni, indica con precisioni le strategie, i percorsi, le tappe attraverso cui ciò si è verificato.

 Nel nostro Paese in un solo decennio la cultura e la società cambiano rapidamente sotto l’incalzare di idee che si trasformano in leggi: 1970, la legge Fortuna Baslini, n.898, confermata dal referendum del 1974, introduce il divorzio e mina alle fondamenta la famiglia, nel 1975 la legge 405 sull’istituzione dei consultori famigliari che, pur portando la qualifica di famigliare, sono nella prassi rivolti esclusivamente alle donne e alle problematiche riproduttive. Molti consultori famigliari sull’esempio di quelli radicali dell’AIED introducono surrettiziamente quella che chiamano induzione mestruale, con la somministrazione del protocollo Yuzpe, un combinato di etinilestradiolo e norgestrel per un aborto precocissimo, ante legem. Sempre nel 1975, la legge 151, sul nuovo diritto di famiglia, mira ad abolire quella che veniva definita la famiglia patriarcale, di fatto la famiglia considerata un unico soggetto al cui posto si disegna una famiglia composta di individui separati, decontestualizzati, portatori ciascuno di propri diritti spesso contrastanti. Infine, nel 1978 la legge 194.

L’ONU

Fondamentale per il femminismo è stata la sua capacità di infiltrarsi profondamente nei gangli vitali dell’ONU che, come sappiamo era sorta dopo la seconda guerra mondiale dalle ceneri della società delle nazioni di Ginevra. Capolavoro dell’ONU era stata la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948 che si fondava sulla concezione giudaico-cristiana dell’uguaglianza e complementarità di uomo-donna e della loro unità ontologica.

  Ma trascorso poco tempo assistiamo al connubio tra ONU e ideologia antinatalista mediante l’inserimento del family planning, il controllo delle nascite, tra gli obiettivi dell’azione politica dell’ONU. Già nella conferenza sulla popolazione del ’54 a Roma emerge la preoccupazione per lo squilibrio tra crescita demografica e risorse. Il controllo delle nascite viene introdotto ufficialmente dell’ONU come nuovo diritto umano nella dichiarazione di Teheran nel 1968. Da allora tutte le Conferenze ONU avranno questo segno. Si afferma un nuovo diritto umano: la pianificazione familiare, il controllo delle nascite. Le politiche dell’ONU e quelle della Planned Parenthood Foundation, la famigerata IPPF, sono strettamente unite in un intreccio che dura e agisce ancora oggi, come ben sappiamo

Il Planned Parenthood era stato fondato da Margaret Sanger, accesa femminista che ha sponsorizzato tra l’altro la ricerca sulla pillola anovulatoria in quanto voleva “ un contraccettivo semplice, sicuro e a buon mercato che potesse essere usato nei quartieri poveri dove imperava la miseria, nelle foreste dell’Africa, tra le persone più ignoranti” Parole dalla quali traspare l’eugenismo che ha informato tutta l’azione di questa donna e della Planned Parenthood Foundation, che viene da lei ufficialmente fondata nel 1952 attraverso l’unione di varie associazioni eugeniste neomalthusiane e darviniste e perciò saldamente antinataliste, votate al birth control, che auspicano una società migliore, più serena e piacevole da viversi attraverso la selezione genetica dei migliori e un mondo libero dal sovrappopolamento e perciò attraverso il contenimento delle nascite, ovviamente dei poveri.

L’IPPF può contare, fin dalla sua fondazione su ingenti finanziamenti provenienti soprattutto da miliardari quali Rockfeller III titolare dell’omonima fondazione e dalla fondazione Ford, capeggiata dal magnate dell’automobile. Oggi anche Gates, Soros e altri personaggi della stessa levatura sposano in toto l’agenda del birth control.

In brevissimo tempo le strade dell’IPPF e dell’ONU si incrociano e l’IPPF infiltra L’ONU e le sue Agenzie, estendendo i suoi tentacoli nel mondo. Non si fatica a individuare e seguire il filo rosso che lega insieme Planned Parenthood, ONU e le sue principali agenzie, principalmente OMS, UNESCO e UMFPA. Risparmio i principali passaggi di questo abbraccio mortifero di cui danno puntualmente conto Roccella e Scaraffia in “Contro il Cristianesimo” Edizioni Piemme.

Nel 1983 IPPF allunga i suoi tentacoli sull’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura e delle Risorse Naturali saldando così la pianificazione familiare con l’ecologismo.

La scalata e l’infiltrazione del Planned Parenthood dell’ONU e delle sue agenzie è inarrestabile e totale: la contraccezione, la sterilizzazione, l’aborto, uniti all’ecologismo, camminano nel mondo con le gambe dell’IPPF e quindi dell’ONU. Di fatto oggi nel mondo è la mission dell’IPPF a dirigere l’azione dell’ONU.

Al riguardo si vedano anche i testi di Michel Schooyans: “Terrorismo dal volto umano” Ed. Cantagalli, “Gli idoli della modernità” Ed. ESD, “Il complotto dell’ONU contro la vita” Ed. Effedieffe e altri.

 

Attraverso le grandi conferenze mondiali, (Bucarest, New York, Rio de Janeiro, Vienna, Cairo, Pechino), che a partire dal secondo dopoguerra, con cadenza quasi annuale, hanno interessato tutte le aree del pianeta, sono state diffuse allarmanti teorie sulla crescita della popolazione, culminanti in ossessivi proclami e campagne a favore del birth control che hanno esportato in tutto il mondo aborto, contraccezione e sterilizzazione. Tutto ciò viene assunto in toto dal femminismo. Si intreccia con la storia del femminismo

Step imprescindibile per perseguire le politiche fin qui enunciate è la progressiva diluizione fino alla dissoluzione dell’etica sessuale sulla quale l’Occidente, fino a pochi decenni fa, si è retto. “L’imperativo della nuova etica veicolata e imposta dall’ONU è la destabilizzazione e la de- costruzione dei valori giudaico cristiani e della rivelazione divina” scrive Marguerite Peeters (La globalizzazione della rivoluzione culturale occidentale”) Scopo: la dissoluzione dell’antropologia cristiana, fino alla pazzia della teoria del gender. Per il conseguimento di questo obiettivo il femminismo si è servito e si serve dell’ONU, così come l’ONU si è servito e si serve del femminismo. La strumentalizzazione è vicendevole.

 Il ‘68

Fondamentale, per il conseguimento di questi obiettivi è stato l’apporto devastante della rivoluzione del ‘68, con lo scopo dichiarato e teorizzato dai suoi filosofi di destrutturare l’antropologia giudaico-cristiana, rovesciando le gerarchie dell’interiorità dell’uomo, – ragione, volontà, istinto – con il portare l’istinto a dominare sulla ragione e sulla volontà. La rivoluzione sessuale del ’68 ha aggredito il sesso perché lì, nel sesso, nella differenza sessuale, icona dell’Amore trinitario, c’è l’immagine di Dio. Per raggiungere lo scopo, il ’68 diffonde a ogni livello una cesura inedita e prima d’allora impensabile: separa la sessualità dalla procreazione e dal matrimonio. Strumento di tale separazione è la pillola anticoncezionale. Il 10 marzo del 1971 dopo un lungo pressing da parte di Aied, braccio operativo del Partito radicale, in Italia viene depenalizzata la contraccezione, grazie alla Corte Costituzionale che abroga l’articolo 533 del Codice Rocco, considerato retaggio fascista, che vietava la “la propaganda dei mezzi atti a impedire la procreazione”. La pillola anovulatoria, messa a punto negli anni Cinquanta dal biologo Gregory Pincus e dal medico John Rock, come già detto, su spinta dell’attivista Margaret Sanger e dell’ereditiera Katherine McCormick, era già stata autorizzata in Italia dal 1967, solo per fini terapeutici.

 Con il ’68, grazie anche al sostegno delle filosofie della scuola di Francoforte e dei suoi profeti, Reich, Marcuse, Horkheimer, Adorno, il piacere diventa uno scopo in sé, indipendente dalla procreazione e da ogni legame affettivo o legale. Ovviamente in questa filosofia di vita, in questa nuova concezione di uomo, la contraccezione e l’aborto, in quanto mezzi che consentono la gestione libertaria della sessualità, devono essere depenalizzati, diffusi e sponsorizzati. 

La gnosi

Ma c’è un altro elemento che si ritrova nel crogiolo del femminismo, indubbiamente quello più subdolo e pertanto più pericoloso. C’è un lucidissimo libro degli anni 70 del filosofo Emanuele Samek Lodovici, dal titolo “Metamorfosi della gnosi – quadri della dissoluzione contemporanea” (ed. ARES – Milano) nel quale viene identificata come elemento costitutivo dell’ideologia femminista la gnosi, quella gnosi che da duemila anni insidia l’antropologia personalista, e lo stesso Cristianesimo infiltrandosi dappertutto, spesso mascherata e difficilmente individuabile. Tipico della gnosi è intervenire sul concetto di natura, “ sino al punto di negare l’esistenza di una natura non solo in generale, ma di una natura specifica differenziante la donna dall’uomo” “Natura (…) è precisamente quell’aspetto per cui noi non ci facciamo, ma nasciamo così -natura da nascor-” ( chi mastica un po’ di latino riconosce il suffisso urum dell’infinito futuro quindi nato per essere) ”Natura è quell’aspetto del nostro essere che non è a nostra disposizione, che non possiamo ricostruire come vorremmo e di cui bene o male dobbiamo tener conto. Ciò che invece viene enunciato dal femminismo conseguente è che la donna non è più quello che è, ma quello che potrebbe essere o che vuole essere” Non c’è pertanto natura femminile e ogni limite può essere superato, altro fondamentale assunto della gnosi. La gnosi” spezza ogni legame con il reale, perché questo reale è male”. (pagg.167-168) Il dato che viene dalla carne è male e deve pertanto essere irrilevante. Il dato che ci viene dalla natura, dalla biologia, in quanto irrilevante, è modificabile a piacere. Non c’è più nessun limite. Vediamo oggi gli esiti gnostici nell’arroganza dell’uomo di darsi un genere svincolato dal dato biologico del sesso di appartenenza: sono quello che voglio essere, momento per momento. Così il femminismo è uno dei migliori alleati della teoria del gender che dissolve la femminilità, la mette a disposizione del maschio quando non può procreare perché omosessuale.

Paradossale cortocircuito del femminismo: dalla differenza, predicata persino nell’etica e nel diritto, all’individuo indifferenziato, il trans gender, il queer.

Siamo con tutta evidenza agli antipodi dell’antropologia personalista, della creazione di Genesi contemplata da Dio come cosa buona, molto buona. Siamo agli antipodi del Cristianesimo dove Dio è venuto nel mondo nella carne, con la carne ci ha redento sulla croce, con la carne è risorto ed è salito al cielo. Con la stessa carne tornerà nell’ultimo giorno. 

Cambiamo la donna e cambierà il mondo.

 Oggi la donna è divenuta il campo sul quale si conduce “una guerra mondiale” – e cito dal Sesto Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan, “La rivoluzione della donna, la donna nella rivoluzione” Stefano Fontana – la donna è il campo su cui si combatte una guerra mondiale. “Un campo di sperimentazione avanzata e violenta del completo distacco dalla natura , con la sostituzione dell’oggettivo col soggettivo, del naturale con l’artificiale, del trovato con il prodotto, del diritto col desiderio” “La donna è stata scelta come campo di sperimentazione di un’umanità nuova postumana

Dalla ri-creazione, dalla nuova creazione della donna (VI rapporto) si passa alla ri-creazione, alla nuova creazione, dell’umano nel postumano. “. Il Postumanesimo passa attraverso il cambiamento di quanto abbiamo inteso finora per donna. Come ben si comprende, la sfida è metafisica e teologica: una ri-creazione del mondo è quello che oggi Satana sta tentando attraverso una ri-creazione della donna perché “porrò inimicizia tra te e la donna.”

Il radicale segno di discontinuità tra la creazione dell’uomo secondo Genesi e questa nuova creazione si è avuto con le tecniche di fecondazione artificiale che scindono la procreazione dal corpo femminile, secondo le rivendicazioni del femminismo per cui la donna si libera della maternità e diventa come l’uomo. Poteva già decidere della maternità con contraccezione e aborto. Ora con la fecondazione artificiale si libera della gestazione e del parto. È la donna liberata.” La donna negata nella sua specificità di colei che dà la vita.

 È il femminismo che ha compiuto quest’operazione.

Oggi coloro che portano avanti il funesto progetto di cambiare l’umanità, di ri-creare l’umanità, mirando a modificare la stessa identità dell’uomo, che vogliono costruire una antropologia altra rispetto a quella che ha reso possibile la civiltà occidentale, che vogliono in ultima analisi cancellare due millenni di cristianesimo, sono perfettamente consapevoli che cambiando la donna cambierà il mondo.

 

Ma la negazione della donna è anche la negazione dell’uomo. Della coppia. Della famiglia. L’obiettivo è un universo di individui indifferenti, unisessuali e plurisessuali nello stesso tempo, intercambiabili (VI rapporto) slegati gli uni dagli altri.  È il totalitarismo, esercitato sull’essere che si vuole privo di ancoraggio alla differenza dei sessi e delle generazioni. Come precedentemente affermato, cambiare la donna significa cambiare la società intera e perdere quanto in duemila anni questa società ha costruito.

Anche perché a ben vedere, sgretolando il ruolo della donna, il femminismo ha compiuto l’opera: non solo ha colpito la famiglia, ma ha attaccato colei che da sempre è il trasmettitore dei valori, della tradizione, della religione, del senso della vita. Ha privato la società di educatori e i figli dell’educazione che è loro dovuta. Lancia un grido di allarme Don Armando Matteo nel suo libro “La fuga delle quarantenni” Ed. Rubettino in cui denuncia un dato di fatto incontrovertibile: la maggioranza delle giovani donne ha smesso di andare in chiesa, anzi ha con essa un rapporto conflittuale: chi inizierà le nuove generazioni alla fede? Chi educherà alla fede? Da sempre le madri sono state quelle che hanno aperto alla trascendenza. Hanno insegnato i primi segni della religione, hanno insegnato ad alzare gli occhi al cielo.

Ma la donna ha anche smesso di essere colei che educa non solo i figli ma anche l’uomo. Queste giovani donne, queste ragazze che con estrema disinvoltura, secondo i dettami del mainstream si concedono a rapporti sessuali con facilità e leggerezza, queste giovani donne che consumano sesso come moneta corrente perché oggi si fa così, e tanto c’è la pillola, senza alcuna progettualità, non solo dilapidano un patrimonio personale di sogni, di speranze, di vita, di futuro, ma impoveriscono anche l’uomo.

Lungo i secoli possiamo riconoscere e seguire il lavoro educativo della donna di promozione dell’uomo.

 Nell’interessante “Due in una carne – Chiesa e sessualità nella storia” Ed. Laterza, le due autrici, la femminista degli anni ’70, Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia riconoscono che il matrimonio, all’inizio della storia del Cristianesimo “diventava spesso una via di conversione e di educazione per gli uomini: è ampiamente noto il ruolo che le donne hanno svolto nel cristianesimo dei primi secoli per indurre gli uomini alla conversione,” e ad esempio riportano la lettera Ad coniugem che Paolino, senatore della Gallia romana, scrive alla moglie Therasia. “Ti eri servita del giogo della carne per mettere insieme la salvezza di due anime”. Quante donne nel medioevo hanno lasciato documentazione del lavoro educativo da esse compiuto. Basterebbe, per averne consapevolezza, prendere in mano i testi di Regine Pernoud, insigne medievalista che dà puntualmente conto, mano ad antichi registri, rescritti, cronache, del lavoro educativo condotto dalle donne, donne semplici, donne di tutti i ceti, laiche, regine, suore, badesse. Un mondo di donne che educa. (La donna al tempo delle cattedrali, ed Rizzoli – Medioevo, un secolare pregiudizio, Ed Bompiani – Luce del Medioevo, ed Gribaudi- e altri) 

Intermezzo Dantesco

 In questo anno dantesco, a settecento anni dalla morte del Sommo Poeta, visto anche il titolo di questo Seminario Palmaro “Nel cammin di nostra vita” permettetemi di ricordare le bellissime terzine in cui Dante- siamo nel XXXI canto del Paradiso – saluta Beatrice che lo lascia per riprendere il suo posto nella rosa dei beati, dopo averlo accompagnato lungo il suo viaggio per il Paradiso.

 O donna in cui la mia speranza vige

E che soffristi per la mia salute

In inferno lasciar le tue vestige

 

Di tante cose quant’io ho vedute

Del tuo potere della tua bontate

Riconosco la grazia e la virtute

 

 Tu m’hai di servo tratto a libertate

Per tutte quelle vie per tutti i modi

che di ciò fare avei la potestate

 “Tu m’hai di servo tratto a libertate”: questo verso racchiude tutto il senso, la pienezza, la consapevolezza di quanto sia stata liberante, arricchente, educante, esaltante, salvifica la presenza e l’opera di Beatrice.

Beatrice per Dante è la donna per eccellenza, la donna a tutto tondo: educa, eleva, porta alla conoscenza, salva, porta a Dio, ma anche, pienamente donna, accende i sensi, agita la passione amorosa.

Leggiamo nella Vita Nova che, dopo averla incontrata a nove anni, Dante la incontrò nuovamente quando ne aveva diciotto e ne fu talmente preso (Lei lo aveva salutato) che scrisse subito quello che diventerà il primo sonetto dell’opera “A ciascun alma presa e gentil core” e lo mandò in anonimo ai poeti della sua città, secondo un gioco, una tenzone poetica come usava ai tempi, e a cui si doveva rispondere. Ci sono rimaste tre di quelle risposte, quella di Guido Cavalcanti, quella attribuibile a Cino da Pistoia e quella di un omonimo Dante da Maiano. Il sonetto che Dante aveva scritto era talmente intriso di erotismo, di passione amorosa – gli appare in sogno Amore che ha tra le braccia Beatrice, avvolta in un drappo, tipo pacco dono, addormentata e quindi nuda, come si dormiva abitualmente a quel tempo – che il sonetto che gli invia in risposta Dante da Maiano

Di ciò che stato sei dimandatore” è decisamente becero ma tutto sommato, a proposito:

 gli consiglia infatti di darsi una calmata, di rinfrescarsi i coglioni in acqua fredda per estinguere gli ardori:

Che lavi la tua coglia largamente

 a ciò che stinga e passi lo vapore.

 Questa è la donna: è colei che ti accende di passione, è colei che “tu m’hai di servo tratto a libertate”. È colei che prega per te.

È infatti a mani giunte, in preghiera per Dante, che Beatrice viene presentata alla Vergine da San Bernardo, nell’ultimo canto della Divina Commedia:

  Vedi Beatrice con quanti Beati

 per li miei prieghi ti chiudon le mani

L’ultima delle cesure

 Un’altra cesura cui ha condotto il femminismo, dopo quella tra sessualità e matrimonio, e tra sessualità e generazione, è quella, come afferma il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, operata nell’età postmoderna, nella società da lui definita liquida, dell’erotismo svincolato sia dall’amore che dalla funzione riproduttiva. Cito a mo’ di esempio: “Quando è pilotata dalla voglia, la relazione tra due persone segue il modello dello shopping e non chiede altro che le capacità di un consumatore medio, moderatamente esperto

 ” Un rapido controllo per vedere se i segni zodiacali sono compatibili e il gioco è fatto”

“L’ideale è una relazione tascabile perché la tieni in tasca e la puoi tirar fuori quando serve” (Da “ Amore liquido sulla fragilità dei legami affettivi” Ed. Economica Laterza) La ricerca del piacere sessuale è assurta a norma culturale. Il sesso postmoderno è ridotto a orgasmo o, all’estremo, a porno. Il porno sdoganato del web spinge a consumare l’erotismo in modo sfrenato compulsivo e in ogni incontro erotico è facile diventare oggetto del desiderio dell’altro. Corpo e basta.  È questo il destino del sesso postmoderno.

È quanto sta avvenendo oggi, quanto vediamo succedere attorno a noi. E per una tragica eterogenesi dei fini la lotta del femminismo per la liberazione della donna, per la sua emancipazione, per la ricerca della felicità, per l’empowerment di cui si riempiva la bocca la Conferenza mondiale sulle donne di Pechino più di vent’anni fa, si rovescia in una sconfitta per la donna, ridotta a corpo, oggetto, deprivata di una natura femminile costantemente negata dalla gnosi della gender theory,

 Riscoprire se stessa

Occorre a questo punto, e con la fierezza di chi ha finalmente capito, ritrovare quella antica, splendida differenza assieme alla consapevolezza che la donna deve riscoprire non solo il suo ruolo, ma se stessa. Infatti, prima che fare qualcosa, ricoprire un ruolo, la donna è. E tanto più sarà fedele in quello che fa, nel ruolo, a quello che è, al suo essere, alla sua ontologia, tanto più la donna realizza se stessa e contribuisce a realizzare quanti entrano in relazione con lei.

Continuando per la strada tracciata dal femminismo la donna sarà condannata ad essere oggetto di consumo, o, quanto meno, a perdere il senso di quanto continua a dover fare con fatica, con tristezza, costretta dalle circostanze e dalla routine della vita.

 È il triste universo che ci viene presentato dalla sociologa israeliana Orna Donath nel libro “Pentirsi di essere madri – Storie di donne che tornerebbero indietro- Sociologia di un tabù” Ed. Bollati Boringhieri, in cui appunto tutte le donne intervistate dicono che se potessero tornare indietro rinuncerebbero alla maternità che definiscono un terribile errore. Non perché non amino i propri figli ma perché vivono la maternità come una radicale, distruttiva crisi della propria individualità. Perché, sprofondate nella cultura femminista, hanno perso il senso dell’essere madri e della famiglia stessa, in un universo in cui balzano subito all’occhio la scarsità e l’assenza di mariti, di compagni, di padri. Rimangono solo fatica, lavoro, costrizione insensati e rimpianto.

 Quanto diverso l’universo gioioso presentato dal filosofo sociologo Fabrice Hadjadj nel suo “Ma che cos’è una famiglia? – La trascendenza nelle mutande e altri discorsi sessisti”, Ed. ARES in cui la famiglia è rivisitata e vista come il luogo dell’amore, dell’educazione, della libertà ma soprattutto è il luogo in cui l’amore di un uomo e di una donna diventa icona dell’amore trinitario di Dio che “creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò”. Nella differenza dei sessi troviamo l’immagine di Dio che ha creato l’uomo maschio e femmina a sua somiglianza. La famiglia è il fondamento carnale all’apertura alla trascendenza. Nella preziosità della corporeità, nella carnalità ritroviamo l’immagine del Dio creatore. Così come la Resurrezione non è più solo il luogo della fede nella vita eterna, ma è anche la ragione per dare la vita temporale a dei piccoli mortali. Infatti,” Perché avere figli se non c’è la Resurrezione ma solo polvere? Ma ecco, Gesù si è rialzato dalla tomba: l’uomo e la donna possono dormire insieme, senza temere la generazione di un nuovo piccolo, perché non è più vana. “Risurrezione- Istruzioni per l’uso” Ed. ARES. Non carne per la morte, ma carne per l’eternità. Una distanza abissale dal povero pornoeros contraccettato della relazione tascabile cui ci invita la cultura di oggi!

Un nuovo femminismo

 Giovanni Paolo II al n. 99 dell’Evangelium vitae scrive:

“ Nella svolta culturale a favore della vita le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un nuovo femminismo che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli maschilisti, sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza e di sfruttamento”.

Siamo in presenza di un vero e proprio “manifesto” che chiama a raccolta le donne perché prendano coscienza del loro ruolo e si facciano promotrici di un nuovo femminismo. il Papa non esita a usare questa parola, femminismo, mai usata negli altri importanti documenti che dedica alle donne, la Mulieris Dignitatem e la Lettera alle donne, ma qui introdotta con decisione, con la libertà del cristiano che non teme di affrontare una realtà, anche se connotata negativamente, perché consapevole che Cristo fa nuove tutte le cose, le trasforma, le cambia dal di dentro.

“Enormi condizionamenti in tutti i tempi e in ogni latitudine hanno reso difficile il cammino della donna” riconosce Giovanni Paolo II nella “Lettera alle donne”, ripercorrendo “la lunga storia dell’umanità in cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini, il più delle volte in condizioni ben più disagiate” (n.3)

fra mille ostacoli, nell’emarginazione, nel misconoscimento della loro dignità, di ogni diritto in quanto persona. 

La causa di una situazione tanto sfavorevole alla donna, è additata da Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem: è il peccato, quel primo peccato dei progenitori, che ha ferito ogni essere umano.

“Il peccato opera la rottura dell’unità originaria di cui l’uomo godeva nello stato di giustizia originale: l’unione con Dio come fonte dell’unità all’interno del proprio io, nel reciproco rapporto dell’uomo e della donna, (communio personarum) e, infine, nei confronti del mondo esterno, della natura”. (n.9)

 Nel rapporto di coppia che Dio Creatore aveva connotato dall’ermeneutica del dono, irrompe l’ermeneutica della concupiscenza.

Il peccato offusca quella complementarità uomo-donna, non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma anche ontologico, come ribadisce più volte Giovanni Paolo II, che Dio aveva voluto perfetta. Deturpa la loro reciprocità “sponsale e feconda” con l’egoismo, la prevaricazione, la strumentalizzazione.

Offusca l’immagine stessa del Dio trinitario, Comunione di Amore, che la coppia, nel piano di Dio, rispecchia.

Con questa realtà devono misurarsi quotidianamente uomini e donne: una realtà che mostra l’impronta del Creatore, ma che deve essere continuamente riedificata, ricostituita, rifondata, ogni giorno.

 Affinché ciò avvenga Giovanni Paolo II rivolge alle donne una forte esortazione, ne fa un compito che assegna alle donne:

“Riconciliate gli uomini con la vita. Voi siete chiamate a testimoniare il senso dell’amore autentico, di quel dono di sé e di quell’accoglienza dell’altro che si realizzano in modo specifico nella relazione coniugale, ma che devono essere l’anima di ogni altra relazione interpersonale. L’esperienza della maternità favorisce in voi una sensibilità acuta per l’altra persona e nel contempo vi conferisce un compito particolare: la maternità contiene in sé una speciale comunione con il mistero della vita che matura nel seno della donna.”

 È un forte richiamo alle donne: accogliete la vita, in nome di un nuovo femminismo che esalti la vera natura del femminile, al contrario di quel femminismo che ha voluto spingere la donna in posizioni contro la vita.

 Un nuovo femminismo che della donna sappia accogliere e valorizzare la capacità generativa, la capacità di accoglienza, di prendersi cura, di farsi carico, di amare. Di educare.

Un nuovo femminismo dunque, che della donna sostenga la possibilità di realizzare se stessa sia nella famiglia sia nella società. Non c’è contraddizione – afferma il Papa in tutto i documenti che hanno a tema la donna, dalla Mulieris dignitatem, alla Lettera alle donne, all’Evangelium Vitae – tra la possibilità per la donna di realizzare se stessa in ogni campo della società, nella professione, nell’impegno sociale, politico, nell’arte, ovunque, e la possibilità di essere pienamente donna nella famiglia, come moglie e madre. Non aut aut, ma et et, secondo la prospettiva pienamente cristiana che tutto valorizza e tutto tiene.

La strada percorribile è questo nuovo femminismo. Una strada non facile a causa degli innumerevoli condizionamenti di tipo culturale, ideologico, strutturale di questa nostra società. Una strada lunga, in salita. Ma è fondamentale che la donna non la percorra da sola, chiusa nel circolo dell’autoreferenza postulata dal femminismo. Uomo e donna insieme, indispensabili come il giorno e la notte, la terra e il mare. Adamo, senza Eva, fa esperienza di una solitudine incolmabile. Donne e uomini assieme in “unità dei due” “A questa unità dei due – e sono ancora parole di Giovanni Paolo II– è affidata da Dio non soltanto l’opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia” (n. 8 Lettera alle donne). Non l’uno contro l’altro, ma assieme, anche con “una certa diversità di ruoli, nella misura in cui tale diversità non è frutto di arbitraria imposizione, ma sgorga dalle peculiarità dell’essere maschile e femminile” (n. 11).

Assieme, dono l’uno per l’altro, in quella ermeneutica del dono che Giovanni Paolo II ci propone in modo tanto chiaro e affascinante nella Teologia del corpo, invece che quell’ermeneutica della concupiscenza che sembra oggi presiedere ai rapporti fra i sessi, almeno nelle rappresentazioni del mondo massmediatico.

Quella ermeneutica del dono che prevede l’accoglienza dell’altro, per sempre. Dello sposo e della sposa. Nonostante la consapevolezza dei limiti e delle mancanze, nella tensione di superare ogni momento il segno di quella antica ferita originale che sempre spinge a prevaricare, a prevalere. Nella consapevolezza che tu, sposo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, aspiri ad in amore infinto che lei, sposa, creatura, e perciò limitata, ferita dal peccato non sarà mai capace di darti. Nella consapevolezza che lei, sposa, fatta a immagine e somiglianza di Dio, aspira ad un amore infinito che tu, sposo, creatura limitata, ferito dal peccato originale non potrai mai darle. Ma tutto posto, ogni giorno, ogni momento, nell’orizzonte di un Amore infinito di Uno che ha detto di Sé “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose”.

 Marisa Orecchia

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