Il Comitato Verità e Vita invita alla lettura della versione integrale dell’articolo del Dr Roberto Algranati

2008-02-21

Pubblicato ne ‘Il Foglio’ di giovedì 14 febbraio
2008

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La recente dichiarazione dei neonatologi di quattro
Università circa l’obbligo di rianimazione dei feti
abortiti ancora vivi nel secondo trimestre di gravidanza, e le
reazioni di alcuni politici e intellettuali hanno nuovamente posto
in evidenza la grave disinformazione che vige, anche fra persone
colte, sulla biologia della vita umana prenatale e sulla cosiddetta
“capacità di sopravvivenza autonoma del feto”



Questa espressione, infatti, è impropria e può trarre
in inganno. Essa fa pensare che, nel seno materno, il feto non
abbia una vita propria ma partecipi alla vita stessa della madre,
come se fosse un organo del suo corpo e che, solo ad un certo punto
della gravidanza, il nascituro acquisti misteriosamente una vita
propria e “autonoma”, di valore superiore alla precedente,
che gli permetterebbe di sopravvivere fuori dal corpo della
madre.



Queste idea è completamente errata; medici e biologi lo
sanno da almeno un secolo. In realtà si deve parlare di
capacità del feto di “sopravvivere al di fuori
dell’utero”, senza alcun riferimento ad una presunta autonomia o
meno della sua vita. Infatti, nessun animale è autonomo in
senso assoluto ma, per la sua sopravvivenza, dipende sempre
dell’ambiente in cui vive. È invece essenziale che esso sia
dotato degli organi necessari per vivere nell’ambiente al qual
è destinato: nel caso del feto l’utero materno, nel caso del
neonato e dell’adulto, l’ambiente fuori dell’utero. Per comprendere
come stanno realmente le cose, bisogna fare una breve premessa di
biologia generale. Come una fiamma per ardere ha bisogno di
carburante e d’ossigeno, così qualunque animale, uomo
compreso, per mantenersi in vita deve assumere dall’ambiente
sostanze nutritive e ossigeno. Le sostanze nutritive sono
costituite da alcuni gruppi di composti chimici (carboidrati,
grassi e proteine) che forniscono la materia prima per la
costruzione e il continuo rinnovamento del corpo. Queste sostanze
sono anche ricche d’energia chimica e vengono perciò
utilizzate, in misura più o meno grande, anche come veri e
propri “carburanti”. Esse, infatti, combinandosi chimicamente con
l’ossigeno, cioè subendo una vera e propria
“combustione”, sia pur lenta e controllata, producono calore
ed altre forme d’energia necessarie alle funzioni
indispensabili alla sopravvivenza (per es. circolazione del sangue,
respirazione, digestione, ecc..), e all’adempimento d’altre
funzioni tipiche degli animali ( per es. deambulazione, nuoto, volo
ecc..).



La combinazione di questi ” carburanti ” con l’ossigeno
libera gran parte della loro energia chimica e, di conseguenza, da
essi si formano composti poveri d’energia, (principalmente
anidride carbonica, acqua, urea, ed acido urico) che non sono
più utilizzabili e devono perciò essere eliminati
continuamente del corpo dell’animale. Un essere umano adulto o un
neonato compiono queste funzioni fondamentali prendendo
l’ossigeno dall’aria per mezzo dei polmoni, assumendo
sostanze nutritive ( carboidrati, grassi, proteine ), acqua e sali
dai cibi per mezzo del tubo digerente, eliminando l’anidride
carbonica (che e un gas) nell’aria attraverso i polmoni ed
espellendo, per mezzo dei reni, sotto forma di una soluzione
acquosa (l’urina) l’urea, l’acido urico e gli altri prodotti della
“combustione. Invece l’embrione od il feto dei
mammiferi (specie umana compresa) compiono le stesse funzioni
fondamentali per mezzo di un unico organo, la placenta, che li
rende capaci di utilizzare il sangue della madre (che circola nelle
pareti dell’utero) come sorgente d’ossigeno e di sostanze
nutritive e come via d’eliminazione dell’anidride
carbonica, dell’urea e degli altri prodotti del metabolismo. La
placenta appartiene al corpo del feto, ed è anzi il suo
organo più voluminoso. Nella specie umana la placenta ha la
forma di un disco aderente alla parete interna della cavità
interna dell’utero, ed è collegata al resto del corpo
dell’embrione o del feto mediante il cordone ombelicale. In esso
decorrono due arterie ed una vena, le quali assicurano che il
sangue del feto, pompato dal suo cuore, circoli continuamente e in
grande quantità anche attraverso la placenta. Il sangue del
feto, che giunge alla placenta attraverso le due arterie
ombelicali, è povero d’ossigeno e carico di anidride
carbonica, di urea e di altri prodotti del metabolismo che devono
essere eliminati. Senza mai mescolarsi al sangue della madre, il
sangue fetale circola nei vasi sanguigni della placenta situati
all’interno di sottili strutture ramificate, i villi
placentari, che sono immersi nel sangue materno come le radici di
una pianta acquatica. In questo modo il sangue del feto riceve dal
sangue materno l’ossigeno che la madre ha assunto con i suoi
polmoni e le sostanze nutritive (glucosio, aminoacidi, acidi grassi
ed altri lipidi), l’ acqua e vari sali minerali che
provengono dai cibi digeriti e assorbiti dall’ apparato
digerente materno. Contemporaneamente il sangue fetale cede al
sangue della madre l’anidride carbonica, l’urea e gli altri
prodotti del metabolismo, che la madre poi eliminerà con i
suoi polmoni e i suoi reni. Grazie a questa funzione di ” scambio “
di sostanze chimiche compiuta dalla placenta, il sangue fetale
ritorna al corpo del feto ricco d’ossigeno e di sostanze
nutritive e depurato dall’anidride carbonica, dall’urea e
dagli altri prodotti del metabolismo. La gravidanza consiste,
dunque, non solo nello sviluppo dell’embrione o del feto
all’interno dell’utero materno, ma nel fatto che essi
si riforniscono d’ossigeno e di sostanze nutritive ed
eliminano l’anidride carbonica e gli altri prodotti del
metabolismo attraverso il corpo della madre, grazie al collegamento
realizzato dalla placenta.



Dopo questa premessa di biologia generale, diventano chiari due
punti fondamentali: il significato della nascita e il significato
della sopravvivenza del feto fuori dall’utero.



La nascita di un bambino, pur essendo un evento carico di gran
contenuto emotivo, non è affatto l’inizio della sua vita, ma
solo un brusco cambiamento dell’ambiente di vita di un essere umano
che già esiste, vive e si sviluppa nell’utero materno
fin dal concepimento. Normalmente un feto umano, come quello di
qualunque altro mammifero, è partorito e immesso nel suo
ambiente definitivo quando i suoi polmoni, i suoi reni e il suo
apparato digerente sono abbastanza sviluppati da sostituire le
funzioni della placenta nell’assunzione d’ossigeno e di
sostanze nutritive e nell’eliminazione dell’anidride
carbonica, dell’urea e degli altri prodotti del metabolismo.
Il funzionamento di questi organi conferisce al feto la
“capacità di sopravvivenza fuori dell’utero” (e non di
sopravvivenza autonoma, come impropriamente si dice). Per la
sopravvivenza di un neonato è soprattutto importante la
funzione dei polmoni. Se essi non sono in grado di sostituire
subito ed adeguatamente la placenta nell’assunzione
d’ossigeno e nelle eliminazione dell’anidride
carbonica, il bambino va incontro a una condizione di asfissia e
muore o, se sopravvive, può subire gravi danni al cervello
che è l’organo più sensibile alla mancanza di
ossigeno. Cento anni fa nessun neonato sopravviveva se veniva alla
luce prima delle 30 settimane di gravidanza ( sette mesi compiuti
); oggi, nei reparti di neonatologia dei nostri ospedali,
sopravvive il 70% dei neonati partoriti fra la 25ª e la
28ª settimana, il 10% di quelli partoriti fra la 25a e la 23a
settimana ed, eccezionalmente, qualche neonato venuto la luce alla
22ª settimana. La ragione è che oggi, nelle
unità di terapia intensiva neonatale, si riescono a far
funzionare sufficientemente i polmoni del neonato molto prematuro
anche quando questi, da soli, non sono ancora in grado di farlo. Si
può ragionevolmente sperare che, quando i medici disporranno
della placenta artificiale (teoricamente possibile e attualmente
già in fase di studio e di sperimentazione sugli animali),
sarà possibile, senza danno, la sopravvivenza e l’ulteriore
sviluppo di feti umani d’età gestazionale molto minore
e si potranno evitare molte delle gravi lesioni cerebrali
conseguenti ad asfissia neonatale dovuta a parti molto prematuri.
Da queste conoscenze scientifiche certe, e mai messe in
discussione, risulta chiaro che è una vera assurdità
permettere o meno la soppressione legale del feto in base alla sua
capacità di sopravvivere fuori dall’utero, come invece
stabiliscono gli art. 6 e 7 della legge 194/78. Anzitutto
perché è evidente che la dignità umana, e
quindi il diritto alla vita, non possono dipendere dal modo con cui
un essere umano si rifornisce di ossigeno e di sostanze nutritive
ed elimina l’anidride carbonica e gli altri prodotti del
metabolismo. In secondo luogo perché la possibilità
di sopravvivenza al di fuori dell’utero dipende dal grado di
assistenza medica disponibile, cioè, principalmente, dalla
possibilità di sostituire in modo sufficiente la funzione
respiratoria della placenta.



Questi inconfutabili dati della biologia e della medicina pongono
in evidenza



la natura antiscientifica della legge 194, che infatti non è
mai stata richiesta dai medici ma è stata imposta dai
politici esclusivamente per motivi ideologici che, con la scienze
mediche, non hanno nulla a che vedere. Ciò ha creato una
situazione giuridica assurda, un insanabile conflitto fra la legge
e la realtà di fatto, da cui non si potrà mai uscire
fin quando le leggi in materia cesseranno di basarsi su pregiudizi
ideologici e finalmente terranno conto dei dati certi delle scienze
biologiche.



Dr Roberto Algranati









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