Veramente liberi e liberamente veri

Veramente liberi e liberamente veri

“Humanae vitae: attualità e profezia di un’enciclica”

è il titolo del congresso internazionale che si svolge il 3 ottobre nella sede romana dell’Università Cattolica del S. C. di Bologna ha sintetizzato per noi i temi della sua lectio magistralis.

L’enciclica Humanae vitae ha avuto in questi quarant’anni trascorsi dalla pubblicazione un destino singolare: a una discussione di intensità sconosciuta per qualsiasi documento pontificio precedente è seguito un silenzio pressoché totale. (…) Nel primo ventennio dopo la pubblicazione, la riflessione e/o la contestazione riguardava la praticabilità della norma morale insegnata da Humanae vitae e l’autorevolezza dell’insegnamento. (…) Questo approccio presupponeva comunque la verità di ciò che l’enciclica prescriveva. Meglio: il bene che la norma difendeva era ritenuto vero bene. È precisamente a questo livello che nel secondo ventennio è avvenuta la “crisi dell’Humanae vitae“. Mi spiego.
La materia del contendere non è più la praticabilità della norma insegnata, e/o l’obbligatorietà dell’assenso del credente alla medesima in ragione del soggetto docente. La materia del contendere è costituita dalla domanda circa la verità del bene che l’Humanae vitae intende difendere. Cioè: è vero o è falso che la connessione fra capacità unitiva e capacità procreativa unite nella sessualità è un bene propriamente morale? Si passa dal pensare: “ciò che la Chiesa insegna non è praticabile o comunque non obbliga semper et pro semper“, al pensare: “ciò che la Chiesa insegna è falso”. La domanda sulla verità è il nodo “problematico attuale”.
La radicalizzazione del confronto con l’Humanae vitae è uno dei molti aspetti del confronto che la proposta evangelica oggi vive con la post-modernità occidentale. Esso non avviene più, almeno principalmente, sul piano della prassi: è ragionevole, è possibile praticare ciò che la proposta cristiana esige o proibisce?
Lo scontro avviene sul piano veritativo. Il cristianesimo non dice la verità circa il bene dell’uomo, poiché il discorso religioso come tale non ha rilevanza veritativa. Il cristianesimo, allo stesso modo di ogni altra proposta religiosa, fa parte ad uguale diritto del “supermarket delle religioni”: ciascuno prende il prodotto secondo le sue preferenze, senza possibilità di una ragionevole argomentazione capace di giustificare la scelta in modo condivisibile. (…) Verità e cristianesimo sono due categorie di genere essenzialmente diverso. L’uso della ragione, come facoltà del vero, non è da ritenersi conditio sine qua non di individuazione, comprensione e libera accoglienza del Dono divino. Questo si ritiene per lo più oggi.
Non voglio ora però procedere in una riflessione di carattere generale su questo che costituisce uno dei grandi temi e delle “grandi sfide” del magistero di Benedetto XVI.
Vorrei piuttosto verificare come tutti i presupposti veritativi di carattere antropologico alla base dell’Humanae vitae siano stati progressivamente erosi. Questa erosione ha reso l’Humanae vitae non impraticabile, ma impensabile; ne ha dimostrato la (supposta!) falsità.
L’affermazione centrale dell’Humanae vitae si fonda sulla (percezione della) presenza di un bene morale nel fatto che l’atto sessuale coniugale fertile sia al contempo unitivo e procreativo. La compresenza delle due capacità non è un mero dato di fatto, ma ha in se stessa una preziosità di carattere etico che esige di essere rispettata. Questo atto di intelligenza si fonda su alcuni presupposti antropologici che devo solo telegraficamente richiamare.
Il primo. La persona umana è sostanzialmente una nella sua composizione di materia e spirito (cfr. Costituzione pastorale Gaudium et spes, 14, 1, EV 1/1363). Pertanto il rapporto fra l’io-persona ed il corpo non è solo di proprietà [ho il mio corpo] e quindi di uso.
Il secondo. La dimensione biologica della sessualità umana è linguaggio della persona, dotato di un suo significato proprio, di una sua grammatica.
Il terzo. La grammatica che regge il linguaggio della persona che è la sessualità, è la grammatica del dono di sé. Da ciò deriva che il rispetto di questa grammatica esige una profonda, intima integrazione fra èros e agàpe, fra pàthos, èros e lògos.
Ora, la mia convinzione è che tutti e tre questi presupposti sono stati nella postmodernità occidentale completamente erosi.
Il primo è stato demolito in una duplice direzione, affermando una natura senza libertà o una libertà senza una natura. (…) Il secondo è stato demolito dalla vittoria che l’etica utilitaristica ha ottenuto nell’èthos occidentale. Essa nega l’esistenza di ragioni incondizionatamente e universalmente capaci di giustificare una scelta libera. (…) Il terzo presupposto appare ampiamente demolito nel vissuto attuale in cui pàthos, lògos, èthos sono ormai completamente separati. Ed è questo il nodo che l’etica contemporanea si dimostra sempre più incapace di sciogliere.
Perciò l’Humanae vitae nella postmodernità è diventata ormai incomprensibile perché è diventata completamente impensabile.
A una lettura più profonda di tutta la vicenda tuttavia risulta che l’insegnamento dell’Humanae vitae è la risposta, è l’indicazione della via d’uscita da una sorta di prigione in cui l’uomo stava chiudendo se stesso. Parlare dunque di attualità dell’Humanae vitae, della sua rilevanza profetica non è retorica.
Che l’uomo oggi sia in pericolo nella sua propria umanità, è difficile negare. Ed allora mi chiedo: che cosa oggi mette in pericolo l’humanitas della persona come tale? La mia risposta è: l’avere sradicato l’esercizio della libertà dalla [consapevolezza della] verità circa l’uomo. Posso formulare questa stessa risposta nel modo seguente: è la negazione che esista una natura della persona come criterio valutativo delle scelte della nostra libertà.
Che questa posizione metta a rischio l’humanum di ogni persona risulta dalle seguenti considerazioni.
Se prendiamo in considerazione la produzione delle norme di cui necessita ogni società (ubi societas ibi jus) e partiamo dal presupposto della negazione della natura nel senso suddetto, si deve pensare che la condizione sufficiente per costituire tutte le norme è esclusivamente il consenso delle parti, che normalmente si manifesta attraverso la votazione.
La difesa della persona è affidata alla buona disposizione di chi esercita il potere (in tutti i sensi: anche il potere del politically correct), e viene tolta dalle coscienze la scriminante fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, fra ciò che è prevaricazione morale dell’altro e riconoscimento dell’altro.
Possiamo prendere in considerazione anche la condizione della singola persona nel contesto della negazione di una sua natura.
È ancora pensabile la possibilità del male morale? Del male morale inteso come il modo di esercitare la propria libertà contro il bene di chi la esercita. Se infatti è la libertà stessa a decidere non di compiere il bene o il male, ma a stabilire che cosa è bene o che cosa è male; se attribuisco alla libertà il potere di determinare la verità delle sue scelte, parlare di male morale non ha senso. Il dramma della libertà – possibilità di negare colle proprie scelte ciò che si è affermato vero colla propria ragione – si trasforma in una farsa. Ciò che sembra essere esaltazione suprema della libertà è in realtà la sua degradazione a mero spontaneismo.
Quanto detto finora acquista un significato più profondo se pensiamo al potere tecnico di cui l’uomo è venuto in possesso in questi ultimi quarant’anni. Sradicare la libertà dalla verità, negare che esista una natura umana nel contesto di possibilità tecniche sempre più estese, rischia di consegnare l’humanum a prevaricazioni senza limiti. Affermare la relatività di ogni forma di umanità rischia di privare il potere tecnico di ogni criterio di giustizia. Ciò che sto dicendo non significa che dobbiamo scegliere fra tecnica ed etica. Ma che non possiamo radicare la tecnica in un’etica senza verità. O – il che equivale – umiliare e degradare la ragione a una mera ratio technica. È una delle grandi sfide che il pontificato di Benedetto XVI sta lanciando al mondo: o si allargano gli spazi della ragione o l’uomo è in pericolo mortale.
Che cosa ha a che fare tutta questa riflessione, qualcuno potrebbe chiedersi, con l’Humanae vitae? Essa mostra in quale condizione oggi si trova l’Humanae vitae: quale è il suo permanente significato; il suo permanente significato profetico.
Ho parlato di “natura della persona umana”. Secondo l’antropologia giudaico-cristiana, il corpo entra nella costituzione della persona. La persona umana è persona-corpo (persona corporea). Ne deriva che lo statuto ontologico della persona appartiene anche al suo corpo. La coscienza di sé non è disincarnata: è la coscienza di sé come soggetto-corpo. Ho la coscienza che è lo stesso io che comprende un teorema di matematica, e che mangia. Così come l’altro è conosciuto e ri-conosciuto nel e mediante il suo corpo. È il corpo il linguaggio della persona.
Da ciò deriva una conseguenza d’importanza fondamentale.
La conseguenza riguarda la concezione della sessualità umana: del suo lògos e del suo èthos. La sua ratio – il suo lògos – consiste nel fatto che l’esercizio della sessualità è linguaggio della persona, e quindi espunge da sé ogni separazione fra biologia (del sesso) e relazionalità (della persona). È l’unità di biologia e relazionalità che definisce la natura della sessualità umana; e la custodia di questa unità definisce l’èthos della sessualità umana.
La possibilità tecnica di separare la fertilità dall’esercizio della sessualità fu chiaramente intuita da Paolo VI e come la negazione radicale del lògos-èthos della sessualità umana e, soprattutto, come una “svolta epocale” nel rapporto fra l’uomo e la tecnica. In questo sta il permanente valore profetico di quel documento. Vediamo le cose più in particolare.
Ho parlato di negazione radicale del lògos-èthos della sessualità umana. La contraccezione chimica rendeva pensabile e praticabile un (supposto) vero atto di amore coniugale manipolando sostanzialmente la sua biologia. Veicolava nella coscienza dell’uomo e della donna l’idea che il vero amore era quello che unisce le persone dei coniugi, facendo un qualsiasi uso del proprio corpo a misura decisa dai due. Una “misura di uso” che ora la tecnica poteva stabilire.
Se l’atto di porre le condizioni del concepimento di una persona non entrava nella costituzione della libera relazionalità intra-coniugale, era solo questione di tempo per dedurre che lo stesso atto poteva prescinderne completamente: dieci anni dopo, esattamente, nacque la prima bambina per fecondazione artificiale. La separazione della biologia dalla relazionalità era completa. Ho parlato di svolta epocale nella costituzione del rapporto tra uomo e tecnica. Il concepimento di una nuova persona si trasforma da “mistero” degno di venerazione in “problema” da risolvere. Paolo VI intuì che questa trasformazione rischiava di consegnare l’humanum come tale ad un destino tecnologico; rischiava di mettere l’humanum a disposizione di un potere di fatto senza limiti. La persona umana era a rischio di perdere la sua assoluta indisponibilità; di perdere la sua non negoziabilità.
Ci siamo chiesti: in quale condizione versa oggi l’Humanae vitae? Mi sento di rispondere: di drammatica attualità.
Come ogni profezia, anche l’Humanae vitae è dotata e di una grande forza e di una grande fragilità. La sua fragilità fu dovuta all’impreparazione e all’inadeguatezza del pensiero etico teologico a sostenerne l’insegnamento.
Il grande magistero di Giovanni Paolo II espresso nel ciclo di catechesi sull’amore umano, ha risposto a queste esigenze. Che ora il profondo magistero di Benedetto XVI sull’agàpe e sul suo rapporto con l‘èros ha ulteriormente approfondito.
La forza della profezia dell’Humanae vitae consiste precisamente nel suo mettere in guardia l’uomo da un potere che potrebbe devastarne la dignità; dal mettere la propria umanità “a disposizione” e di una libertà e di una deliberazione pubblica che non riconosce più l’esistenza di una verità circa l’uomo.
Ed allora la sfida più urgente è quella educativa: aiutare le giovani generazioni a trascendere se stessi verso la verità. Cioè, ad essere veramente liberi e liberamente veri.

Circa l'autore