Se non c’è vita non c’è libertà

Se non c’è vita non c’è libertà

Affermare “la legge 194 non si tocca” equivale purtroppo ad affermare che l’aborto non si tocca.

La vita riguarda la dimensione globale di un soggetto umano, dimensione fisica, psichica, spirituale.

Un soggetto è umano perché dotato di un principio animatore razionale, che si manifesta attraverso l’autodistruzione del corpo fin dal primo momento del concepimento. Quel primo momento, così chiaramente evidenziato dall’Embriologia dello sviluppo è un confine netto, un punto di non ritorno tra il non esserci e l’inizio della propria personale, unica, irripetibile avventura umana.

Coordinazione, gradualità, autonomia e continuità caratterizzano la crescita e lo sviluppo corporeo.Completamente autonomo, in assoluta anaerobiosi, l’embrione umano lavora nei primi sette giorni più che tutto il resto della vita. Mentre percorre il lume tubarico dirige il proprio sviluppo tramite un piano programma, il “management genomico” che coordina la crescita: tutte le informazioni sono già presenti da quel vero, inconfondibile primo istante di vita.Inizia subito a relazionarsi con la propria madre attraverso un dialogo biochimico, cross-talk dimostrato dalla scienza, si aprono canali di comunicazione psichici, sin da subito il figlio si nutre di quel amore totale, esclusivo, gratuito.

L’embrione umano, emblema della fragilità umana, microscopico ma già così grande per la dignità che gli appartiene e lo caratterizza. Dignità non graduabile come gli stadi di sviluppo corporeo, dignità che eleva la persona umana a fine e mai a mezzo, che fa riconoscere ognuno per ciò che è e non per le funzioni che può assolvere, dignità che esige la non negoziabilità del valore vita, dignità che rende uguali, liberi e aperti alla trascendenza.

Dignità è, dunque, diritto alla vita, primo e fondamentale dei diritti umani.

Negare la vita significa negare a quella singola persona umana la possibilità di esprimersi attraverso scelte, promesse, realizzazioni, errori, decisioni, sogni, sacrifici, passioni, gioie, dolori; significa negargli quell’amore che plasma e permea ogni relazione pienamente umana.

In trenta anni di legge 194 in Italia abbiamo negato tutto ciò a cinque milioni di fratelli e figli nostri!

Compagni di morte di questi bambini sono anche quelli uccisi dalla pillola del giorno dopo, dall’aborto chimico, dalla contraccezione ormonale e dalle tecniche di fecondazione extracorporea (consentite dalla legge 40).

Una mentalità antiprocreativa alimentata da ideologie e visioni edonistiche che banalizzano la sessualità, provoca una continua frammentazione: verso se stessi, tra i coniugi, tra la madre e il figlio in grembo. La denatalità che si osserva sul piano sociologico non significa minori nascite ma purtroppo maggiori morti.

Embrione, feto, neonato, adolescente, adulto, anziano, sono solo stadi di sviluppo di ogni singolo soggetto umano, che non cambia affatto la sua ontologia solo perché cresce.

Dimostrata dalla scienza la capacità di soffrire già alla ventesima settimana di vita intrauterina, capacità di ricordare, succhiare il dito, di sorridere; perché allora si avrebbero meno diritti che fuori dall’utero?

Una ecografia di un bambino nel ventre della madre è alla portata di tutti, osserviamola, ci vuole molto per affermare che l’aborto è un omicidio?

Riusciamo ancora ad interpellare le nostre coscienze, di fronte ad una “mattanza” legalizzata?

Centotrentamila ogni anno!

Si invoca il diritto di scelta, di libertà, di autodeterminazione della donna, ratio incontrovertibile della ipocrita legge 194, altro che “Lo Stato tutela la vita fin dal suo inizio. (art. 1)”Affermare “la legge 194 non si tocca” equivale purtroppo ad affermare che l’aborto non si tocca.

Legalizzare l’uccisione volontaria di un innocente fa sprofondare la gerarchia valoriale, tutto ciò crea un’allucinazione delle coscienze, incapaci così di distinguere il bene dal male.Difendere la legge 194 o inneggiare a quelle che si definiscono “parti buone” obnubila, fuorvia, devia e confonde.

E’ opinione comune che la 194 abbia eliminato l’aborto clandestino, sappiamo che non è vero. La clandestinità andava combattuta aiutando, semmai, le donne rese sole dalle difficoltà, non certo legalizzando la distruzione di vite.

Due dati all’osservazione: la mortalità da aborto clandestino negli anni ’70 era già molto bassa (0,2% della mortalità femminile in età feconda) e l’aborto terapeutico (comunque tragico) era legalmente possibile in forza dello stato di necessità (art. 54 c.p.).Che dire poi sul versante femminile delle patologie post-aborto?

Si tratta di vere e proprie sindromi che vanno dalle depressioni a velleità suicidarie come dimostrano famosi trattati di psicologia.L’aborto non riguarda solo il vissuto personale del figlio e della madre che resta sempre più sola, ma anche i papà, i nonni, gli altri fratellini.

L’aborto è una vera piaga familiare e sociale, culturale, epocale.Il lecito legale purtroppo demanda al lecito morale, l’azione pedagogico-educativa di una legge attraverso le norme influenza e forgia la visione della vita che in questo caso diventa bene disponibile.

L’imperativo etico, umano e teologico del non uccidere diventa subordinato al criterio del desiderio, dell’utile, del piacevole e del figlio perfetto. Solo quei bambini che superano questi criteri selettivi sono meritevoli di accoglienza, agli altri, uno su quattro, viene impedito di nascere.

Ogni giorno, in Italia, quale unica prestazione gratuitamente erogata dal S.S.N. vengono uccisi quattrocento bambini circa, ogni aborto costa al S.S.N. 1280 euro (pagati oltretutto con le nostre tasse) ed una minorenne ne può fruire senza che i genitori siano informati.Passare dalla medicina della cura a quella del desiderio non aiuta a vedere il volto umano dell’embrione, volto che ci interroga giorno dopo giorno, volto che ci implora aiuto, volto che ci chiede “Dammi da bere”.

Scafati, 6 Marzo 2008

“Se vuoi trovare la sorgente devi andare controcorrente”

Trittico Romano

G. Paolo II

Adelaide Grimaldi

Biologa

Comitato Verità e Vita

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