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Little Boy, la magia della fede

Little Boy, la magia della fede

Little Boy, la magia della fede

È possibile, nello stesso tempo di una partita di calcio, riflettere contemporaneamente su paternità, famiglia, educazione, guerra, odio, amore, fede? Forse no. Ma sicuramente è possibile, nello stesso tempo di una partita di calcio, ridere, commuoversi, preoccuparsi, risollevarsi e preoccuparsi di nuovo: il tutto con un solo film. Si tratta di Little Boy, lungometraggio del 2015 diretto da Alejandro Gomez Monteverde che racconta, tra un montaggio impeccabile delle scene e una gestione geniale dei colori, le peripezie di Pepper Flynt Busbee (Jackob Salvati), un bambino la cui vita viene stravolta quando il padre James (Michael Rapaport) viene chiamato alle armi a seguito dell’attacco giapponese di Pearl Harbor. Soprannominato “Little boy” per la bassa statura, Pepper si trova all’improvviso privato della figura paterna, che per quanta buona volontà ci si metta non può essere sostituita né dal fratello London (David Henrie), né dal parroco del paese, né dal signor Hashimoto (Cary-Hiroyuki Tagawa), un compaesano che inaspettatamente entra nella sua vita: ma è proprio nelle difficoltà che compie il suo percorso di maturazione e crescita, sostenuto da tutti coloro che lo amano – prima fra tutti la madre Emma (Emily Watson) – e da un atipico ma sincero rapporto con Dio, che come un Padre lo accompagna e gli dà la forza di cambiare non solo se stesso, ma il mondo che lo circonda.

Film imprevedibile come solo la vita sa essere, terrà naso e cuore di chi ci si vorrà immergere incollati allo schermo per novanta minuti, ma è garantito che, per sciogliere tutte le riflessioni che spontaneamente nascono, di tempo ce ne vorrà parecchio di più.

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