Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente

Gli embrioni salvati sono quelli non prodotti artificialmente

Come giudicare gli effetti della legge 40 sulla fecondazione artificiale?

Come valutare gli effetti della legge 40 del 2004 – che autorizza la fecondazione artificiale – alla luce del criterio della difesa del diritto alla vita degli embrioni?

E’ noto che le tecniche di fecondazione artificiale hanno un tasso di mortalità degli embrioni “prodotti” altissimo: solo un embrione prodotto su 10, o, in certi casi, addirittura 1 su 15, diventa “bambino in braccio”: cioè supera i terribili passaggi della coltivazione in provetta (se si tratta di fecondazione in vitro), del trasferimento nel corpo della donna con l’affannoso tentativo di attecchire, e della gravidanza, spesso assai difficoltosa, fino a giungere alla nascita (senza dimenticare che spesso si tratta di parti prematuri e di bambini con basso peso alla nascita).

Un ragionamento “banale” propone, quindi, questo calcolo (che ora, con le statistiche ministeriali annuali, è abbastanza preciso quanto alla fecondazione in vitro): se in un anno un certo numero di embrioni è stato creato e i bambini nati sono in numero inferiore, ciò significa che gli altri embrioni sono morti.

E poiché la cifra di embrioni morti sfiora (forse supera) i 100.000 annui, è facile definire la legge 40 una legge che ha autorizzato una strage che doveva essere invece vietata .

Si obbietta che il ragionamento è sbagliato: diverse sono le morti degli embrioni provocate volontariamente e quelle avvenute senza una volontà umana . Per giudicare la legge, quindi, dovremmo determinare il numero degli embrioni salvati da un’uccisione volontaria e premeditata ; al contrario sarebbe la natura a determinare la morte degli embrioni dopo il loro trasferimento in utero (o di quelli concepiti artificialmente direttamente nel corpo della donna, come nel caso dell’inseminazione artificiale).

Del resto, si aggiunge, il mancato attecchimento degli embrioni avviene anche nella fecondazione naturale (anche se in misura non precisata).

Il giudizio del Movimento per la Vita: gli embrioni “salvati da morte” non esistono?

Questa tesi viene presentata nelle due Relazioni al Parlamento del Movimento per la Vita e in un articolo apparso sul Sì alla Vita del mese di Luglio 2010. Si è ripetutamente sostenuto che “la legge 40, fin dal primo anno di applicazione, ha impedito la morte per scongelamento di migliaia di embrioni” e che il divieto di congelamento “ha prevenuto la morte di un rilevante numero di concepiti”; la legge, quindi, tra i suoi effetti avrebbe avuto quello di “avere evitato la morte di soggetti umani nella fase embrionale”; sì, perché, vi è una differenza “tra l’uccisione diretta e premeditata, causata in concorso di più persone, quale si verifica nel caso della produzione soprannumeraria, della selezione, della sperimentazione e del congelamento embrionale e la morte degli embrioni avvenuta nel seno materno dopo il loro trasferimento in utero”.

Cosa si intende quando si parla di “salvare la vita a qualcuno” o di “evitare la morte di qualcuno”? L’espressione ci presenta una persona in pericolo che, per l’aiuto di altri, riesce a sopravvivere, a non morire. Questo vale anche per i bambini prima della nascita; se vi è una madre che, per le difficoltà che incontra, è intenzionata ad abortire e qualcuno la aiuta e la convince a far nascere il bambino, egli non viene ucciso e viene salvato.

Si può pensare a qualcosa del genere anche per gli embrioni fecondati in provetta? In teoria sì: curando un embrione malato e impedendone la morte.

Ma è questo il “salvataggio” a cui si riferiscono le Relazioni del Movimento per la Vita? Sembra proprio di no.

Nella prima Relazione si indicava un numero – 7.876 embrioni – corrispondenti agli embrioni dei quali la legge 40 (dalla data della sua entrata in vigore fino al 2007) avrebbe “impedito la morte per scongelamento”.

Si riportavano le statistiche sulla morte degli embrioni congelati prima del 2004 e scongelati successivamente, dimostrando che “prima della legge moriva un embrione congelato su quattro”, tanto da giungere all’affermazione che “il congelamento uccide gli embrioni”. Alla luce del numero massimo di embrioni che si potevano produrre in forza della legge e del divieto di congelamento, si estraeva quel numero, corrispondente agli embrioni che – in assenza della legge – sarebbero stati prodotti in soprannumero, sarebbero stati congelati e poi scongelati, per avere la fine che si è detto.

Nella seconda Relazione si ribadiva che “sopprimere un embrione prima del trasferimento significa averlo generato per farlo morire; generarlo e trasferirlo nel seno di una donna significa destinarlo alla nascita, anche se molto rara, affidandolo alla natura, sostituita dall’artificio della tecnica soltanto nella fase della generazione “. Si riferiva che, nel triennio precedente “un embrione su dieci trasferiti nasce vivo”, si richiamava il numero degli embrioni morti dopo lo scongelamento e si dimostrava un dato: il numero dei bambini nati vivi nei cicli nei quali erano stati utilizzati embrioni scongelati era di uno su venti (contro la percentuale di uno su dieci che si riscontra nelle tecniche con embrioni “freschi”).

Un passaggio chiariva il ragionamento: alla luce del numero degli ovociti prelevati dal corpo delle donne ma non fecondati in rispetto del limite massimo di tre embrioni, si ipotizzava che – se non fosse stata vigente la legge 40 – nel solo anno 2007 sarebbero stati prodotti 49.920 embrioni “soprannumerari” (cioè non destinati all’immediato trasferimento nel corpo della donna); sommati a quelli che sarebbero stati prodotti negli anni precedenti, la Relazione ricavava il numero di 120.000 concepiti di cui la legge 40 “ha evitato la morte” nel triennio 2005 – 2007.

Anche l’articolo apparso nel numero di Luglio 2010 del Si alla Vita segue la stessa linea di ragionamento: nel 2008 vi sarebbero stati 38.000 embrioni “soprannumerari” e, quindi, destinati alla sperimentazione o alla distruzione o al congelamento che, come si è visto, “uccide”, se non vi fosse stato il limite massimo di tre embrioni.

Se questa è una sintesi fedele dell’argomentazione presente nei tre documenti, si impone una constatazione: nessuno degli embrioni “salvato” è mai esistito . Non è mai esistito un solo embrione già in vita in pericolo che è stato salvato dalla morte. Gli embrioni “salvati dalla morte” sono “embrioni ipotetici”, dei quali mai è avvenuta la fecondazione, mai concepiti.

I documenti, quindi, sposano in pieno un’affermazione: l’unico modo per salvare la vita degli embrioni è quello di non produrli. Quanti meno embrioni vengono prodotti, tanti meno moriranno.

Perché, allora, non vietare del tutto la produzione artificiale degli embrioni? Davvero è differente produrre tre embrioni per volta, sapendo che nove su dieci embrioni prodotti moriranno rispetto a produrre un numero superiore di embrioni sapendo che 19 embrioni su 20 moriranno?

Il congelamento “uccide” o “salva” gli embrioni? La legge vieta o permette il congelamento?

Grande rilievo viene dato, nel giudizio del Movimento per la Vita, al divieto di congelamento degli embrioni: nella prima Relazione, infatti, si affermava che “il congelamento uccide gli embrioni”, sottolineando come il numero degli embrioni morti in seguito allo scongelamento fosse altissimo.

In verità, quando un embrione è stato prodotto in vitro , può sopravvivere in provetta soltanto poche ore: per impedirne la morte vi sono solo due strade: o si tenta il trasferimento in utero oppure l’embrione deve essere congelato. Il congelamento, paradossalmente, è l’unico mezzo per salvare la vita degli embrioni già prodotti.

Ciò è ammesso nelle stesse Relazioni del Movimento per la Vita: il Secondo Rapporto ammette che “(la crioconservazione) è necessaria quando vi sono concepiti che non possono essere immediatamente trasferiti in utero, proprio per un estremo tentativo di salvarne la vita”.

Spunta fuori – inaspettata – la distinzione tra un “congelamento cattivo” e un “congelamento buono”, alla luce delle finalità che si perseguono, che possono essere assolutamente opposte: uccidere l’embrione o salvargli la vita.

E così si scopre che, nonostante gli strali sulla pratica del congelamento, la legge 40 lo autorizza esplicitamente! Nel 2008 gli embrioni congelati sono stati 763 (non 257 come riferisce l’articolo sul Si alla Vita) e questo fa ritenere che, dal 2004 ad oggi, siano stati congelati almeno 3.000 embrioni.

Si dice: è inevitabile la donna è colpita da sindrome da iperstimolazione ovarica, che rende impossibile il trasferimento. Questo è vero solo in parte: nelle statistiche ministeriali si registra anche la voce “paziente indisponibile”: gli embrioni sono stati congelati perché la donna ne ha rifiutato il trasferimento e – ovviamente – ella non può essere obbligata a subirlo (anche perché potrebbe abortire subito dopo). È il “classico” congelamento della fecondazione artificiale, effettuato per motivazioni più varie, diverse da un vero stato di necessità.

Quanto è stato insipiente il legislatore! oltre a permettere la fecondazione artificiale, ha legalizzato anche il congelamento; il “paletto” creato si è dimostrato ben presto fragile; e così, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha eliminato il limite dei tre embrioni, gli strumenti per far ripartire a pieno ritmo il meccanismo della fecondazione artificiale (produzione soprannumeraria, selezione degli embrioni con diagnosi genetica preimpianto, congelamento di quelli superflui) sono già disponibili!

Torniamo, comunque, al calcolo degli embrioni “salvati dalla morte per congelamento”: il loro numero viene calcolato sulla base delle statistiche dei morti all’atto dello scongelamento. Ma davvero nei loro confronti esisteva una premeditazione verso la loro morte?

Assolutamente no: chi li produsse e li congelò sperava che sarebbero sopravvissuti allo scongelamento per essere utilizzati per iniziare una gravidanza (altrimenti li avrebbe buttati via). Egli sapeva che la maggior parte di loro sarebbero morti (uno su quattro durante lo scongelamento, 19 su 20 dopo il trasferimento in utero), ma sapeva anche che qualche embrione sarebbe sopravvissuto e sarebbe diventato “bambino in braccio”.

Chi produsse e congelò quegli embrioni, quindi, aveva lo stesso atteggiamento psicologico di chi fa fecondazione in vitro senza congelamento : prevede che molti embrioni moriranno, spera che qualcuno diventerà un bambino in braccio .

Dove sta la differenza?

Gli embrioni muoiono anche in provetta

“Clivaggio embrionale”: si tratta della fase in cui nell’embrione formatosi (in vitro o nella fecondazione naturale) iniziano le prime divisioni mitotiche con la formazione di numerosi blastomeri.

Il clivaggio viene osservato dai tecnici della fecondazione in vitro al fine di decidere il “se” e il “quando” del trasferimento embrionale. Secondo alcuni studi la velocità delle divisioni e le modalità in cui esse avvengono (simmetriche o meno) sono indici che aiutano a prevedere le probabilità di successo nel successivo trasferimento in utero (se, cioè, l’embrione riuscirà o meno ad attecchire così da instaurare una gravidanza).

Perché interessa questo fenomeno?

Le Relazioni del Movimento per la Vita e l’articolo sul Sì alla Vita di luglio tracciano una distinzione nettissima: gli embrioni trasferiti in utero sono “affidati alla natura” cosicché, per la loro morte, non può parlarsi di “uccisione premeditata”; di conseguenza, se viene prodotto un numero di embrioni strettamente necessario per il trasferimento e se tutti gli embrioni prodotti vengono trasferiti nel corpo della donna, non esisterebbe nessuna responsabilità per le decine di migliaia di embrioni che muoiono ogni anno per mancata instaurazione della gravidanza o per aborto spontaneo.

Questa linea di pensiero ha un presupposto: che nessun embrione muoia prima del trasferimento .

La Relazione ministeriale del 2010 (che riporta i risultati del 2008) riferisce che 366 cicli sono stati interrotti per “mancato clivaggio”. L’embrione, quindi, non ha iniziato a dividersi (o ha interrotto le divisioni) e quindi è morto in provetta. Gli embrioni morti nel 2008 per questa causa sono quindi presumibilmente dai 700 ai 1.000.

Il fenomeno, per la verità, è ben noto: le statistiche parlano di un 10% di mancato clivaggio dell’embrione; quindi, solitamente, 1 embrione su 10 prodotti muore in provetta .

Come inquadrare queste morti nell’ottica dei documenti che stiamo commentando? Attribuendo la morte, anche in questo caso, alla “natura”? La provetta sembra il posto meno naturale che si possa immaginare per un embrione …

È una semplificazione che non regge : in realtà, al momento di produrre artificialmente gli embrioni, si sa benissimo che alcuni moriranno in provetta, altri dovranno essere congelati, altri ancora moriranno subito dopo il trasferimento per mancato attecchimento, altri moriranno per aborto spontaneo, altri nasceranno morti (e molti dei nati vivi saranno sottopeso e rischieranno di morire dopo la nascita, altri avranno handicap ecc.).

L’elemento psicologico di chi fa fecondazione artificiale è una sola : provare e riprovare con tutti i mezzi possibili, a scapito della vita della stragrande maggioranza degli embrioni prodotti.

Non basta: la stessa statistica ministeriale parla di ben 5.255 cicli interrotti dopo il prelievo di oltre 30.000 ovociti. I vari motivi dell’interruzione sono indicati, ma – non possiamo non chiederci – in che modo le notizie trasmesse dai centri sono state controllate? Quando, ad esempio, i vari centri riferiscono di 2.159 casi di mancata fertilizzazione degli ovociti, come facciamo a sapere se, in realtà, questa fertilizzazione era avvenuta e gli embrioni erano stati scartati? Si pensi che, nel solo 2008, ben 127.450 ovociti prelevati sono stati scartati: a dire dei Centri, quindi, per nessuno di loro è stata tentata la fecondazione: chi controllerà questo dato, tenuto conto che si tratta di materiale buttato via?

Il fatto è che la legge, permettendo la fecondazione in vitro, ha lasciato mano libera agli operatori. Gli ovociti e gli embrioni in vitro sono, fino al trasferimento, nel loro pieno potere ed essi sono al riparo da qualsiasi controllo; e dovremmo fidarci di soggetti che, fino a poco tempo fa, producevano embrioni in gran quantità, li congelavano, li sottoponevano a diagnosi genetica preimpianto, li buttavano via, li usavano per ricerche?

La morte degli embrioni dopo il trasferimento non è “naturale”

Passiamo, allora, alla morte degli embrioni trasferiti nel corpo della donna.

Si dice: “ È ben vero che anche se tutti gli embrioni artificialmente generati sono trasferiti in utero, le percentuali di nascita sono così modeste da far giudicare le intere tecniche, in quanto tali, poco attente al valore della vita nel momento stesso in cui si autopresentano come un servizio alla vita. Ma una volta che gli embrioni sono trasferiti in utero essi sono affidati alla natura. Molti muoiono anche nel caso di fecondazione naturale e comunque manca un programmazione diretta e premeditata della distruzione di nuovi esseri umani ” (Prima Relazione al Parlamento).

Quindi la morte degli embrioni viene valutata non come evento in sé, ma in base all’ elemento psicologico di chi procede alla fecondazione artificiale; e si fa intuire che le tecniche artificiali non abbiano alcuna influenza dopo il trasferimento degli embrioni; da quel momento sembra che tutto sia naturale, tanto da proporre il parallelo tra mancato attecchimento degli embrioni concepiti artificialmente e di quelli concepiti naturalmente.

Infatti, secondo quel documento, gli embrioni ancora in provetta “sono letteralmente nelle mani dell’uomo e le mani dell’uomo devono proteggerli”; ma, appunto, dopo il trasferimento, essi sono “affidati alla natura”, l’uomo non può nulla. “L’artificio termina con la immissione del concepito in utero”, sostiene l’articolo sul Sì alla Vita.

Si tratta di un quadro che, scientificamente e statisticamente, è del tutto errato (forse, meglio: artificioso ). È un dato acquisito che la maggior parte degli embrioni trasferiti – muore per mancato attecchimento: ma ciò discende dalla mancanza di quel dialogo (“cross-talk”) che si instaura tra l’embrione subito dopo il concepimento e il corpo della madre e che prosegue durante il viaggio che porta il primo nell’utero materno. Il corpo della madre “accoglie” il figlio perché “lo conosce” già da qualche giorno, ha già “parlato” con lui.

L’embrione concepito in provetta non viene affatto trasferito in un “ambiente naturale”, ma in un luogo a lui sconosciuto (e che non lo conosce); un luogo che, non a caso, può cambiare (maternità surrogata). Ambiente che artificialmente i tecnici tentano – la maggior parte delle volte inutilmente – di far somigliare a quello naturale con la somministrazione alla donna di sostanze varie.

Il paragone con gli embrioni generati per fecondazione naturale che muoiono perché non attecchiscono, poi, da una parte è del tutto generico (perché, in realtà, nessuno sa quante volte ciò avviene), dall’altra confonde il quadro: stiamo parlando della morte degli embrioni prodotti con la fecondazione artificiale, che sono soggetti diversi (lo dice la stessa legge 40) da altri embrioni!

L’embrione prodotto artificialmente, quindi, viene trasferito innaturalmente in un ambiente per lui innaturale e, quindi, in nove casi su dieci muore.

Ma che la situazione rimanga artificiale anche nei rari casi in cui uno riesce ad attecchire è dimostrato dalla percentuale di aborti spontanei. La Relazione ministeriale 2010 riferisce di 1.698 aborti spontanei nel 2008, pari al 20,8% delle gravidanze e aggiunge che la percentuale di aborti spontanei nelle gravidanze naturali (il Ministro usa proprio questo termine, facendo comprendere che le altre sono gravidanze artificiali…) è pari al 9,7% delle gravidanze: meno della metà!

Embrioni affidati alla natura? Che dire, allora, dei 76 bambini (pari allo 0,9% delle gravidanze) prodotti con la fecondazione artificiale e abortiti volontariamente in forza della legge 194? Si potrebbe replicare: “ma anche i bambini concepiti naturalmente possono essere abortiti volontariamente”; si dimenticherebbe di ricordare che la legge 40 (la legge che avrebbe “salvato” la vita di numerosi embrioni) si è premurata di “far salva” la legge sull’aborto.

Considerazioni conclusive

In sintesi: di fronte al numero documentato di centinaia di migliaia di embrioni prodotti e morti in forza della legge 40 del 2004 – come non definirla una strage? – abbiamo scoperto che, al contrario di quanto sostengono le Relazioni al Parlamento del Movimento per la Vita, la legge non ha salvato dalla morte nessun embrione : gli unici embrioni “salvati” sono quelli che si è riusciti a non produrre.

La pretesa di lavarsi le mani dalla morte degli embrioni, sostenendo che quelle avvenute dopo il trasferimento in utero non sono responsabilità dell’uomo e che, quindi, quando la legge ha fissato il numero massimo di embrioni producibili e ha vietato il congelamento, ha fatto quanto necessario, è insostenibile: in primo luogo perché la legge 40 consente il congelamento degli embrioni (e il “paletto” che doveva ridurre i casi di congelamento è rovinosamente – ma del tutto prevedibilmente caduto, cosicché resta la sostanza della norma: “è consentito il congelamento”); in secondo luogo perché gli embrioni muoiono già in provetta ; infine perché la causa della morte degli embrioni dopo il trasferimento (mancata instaurazione della gravidanza, aborti spontanei ecc.) sono diretta conseguenza della loro produzione artificiale : quindi sono morti previste ed accettate al momento della produzione .

Non è la natura a far morire gli embrioni prodotti artificialmente: è la loro produzione artificiale!

La legge 40, quindi, non solo non ha “salvato” la vita di un solo embrione, ma ha autorizzato la morte di centinaia di migliaia di essi!

Non basta: la legge è responsabile di due fenomeni che aumentano il numero degli embrioni prodotti e morti: l’innalzamento dell’età delle coppie che ricorrono alla fecondazione artificiale (come è noto, quanto più la coppia è avanzata negli anni, tanto più le percentuale di “successo” diminuiscono) e l’aumento complessivo del ricorso alla procreazione artificiale.

“La legge 40 funziona”. Sul sito web del Movimento per la Vita si legge che “la Relazione per il 2008 dimostra che la legge ed i suoi paletti sono ragionevoli e funzionano”.

Ragionevoli per chi? Per le donne ultraquarantenni (il 26,9% del totale) alle quali viene permesso di accedere (gratuitamente) alle tecniche nonostante le percentuali di “successo” sfiorino lo 0%? O per i furbi imprenditori che – visto il business e il “via libera” dello Stato che paga – sono corsi a creare centri per la riproduzione assistita?

La conclusione è inevitabile: se gli unici embrioni salvati sono quelli che non sono stati prodotti artificialmente , la legge doveva contenere una sola norma: “la produzione artificiale dell’uomo è vietata” .

Giacomo Rocchi

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