Eluana Englaro: Una battaglia di civiltà

Comunicato Stampa N. 65

In questi anni molte voci illuminate ci mettono in guardia dall’interpretare i cambiamenti del mondo come uno “scontro tra civiltà” suggerendo la possibilità di incontri fecondi e di concordanze su determinate questioni.

Forse sarebbe necessario porre una maggiore attenzione su quanto avviene all’interno della nostra società, perché non vi è più accordo su quelli che sono i fondamenti di una civiltà.

Beppino Englaro – colui che ha ottenuto dai giudici l’autorizzazione ad uccidere la figlia disabile togliendole alimentazione ed idratazione – dalla tribuna televisiva (offertagli dal servizio pubblico senza alcun contraddittorio) ha voluto proporre il suo concetto di civiltà: “Viene da pensare che in un paese come l´Italia non ci sia un minimo di civiltà. Perché non lasciare attuare le sentenze passate in giudicato è preoccupante per la nazione, è un fatto che ci riguarda tutti e chiamarsi fuori da situazioni del genere è pericoloso”.

Englaro si è lamentato che “per Eluana hanno deciso gli altri”, nonostante della decisione di sospenderne la nutrizione “ne avevamo parlato in famiglia, Eluana aveva deciso, anche se così giovane”, aggiungendo che “se quando sono viva posso rifiutare le cure, come mai non posso rifiutarle quando non sono capace di intendere e volere?”

Su una cosa concordiamo con Beppino Englaro: l’uccisione di sua figlia è un fatto che riguarda tutti e non è possibile tirarsene fuori. Ma ci chiediamo: come mai egli ha scelto la via della “volontaria giurisdizione”, evitando ogni contraddittorio, addirittura sostenendo che il P.M. non aveva potere di impugnare il decreto della Corte d’Appello di Milano, come se si trattasse di una “questione privata”?

E soprattutto: mette in pericolo i fondamenti della civiltà in cui viviamo una sentenza (in realtà un decreto, che non può “passare in giudicato”) che non viene eseguita o piuttosto un provvedimento che autorizza l’uccisione di una disabile per fame e sete?

La nostra civiltà non aveva forse abbandonato il diritto di vita e di morte dei genitori sui figli? E non aveva abolito le rupi tarpee nei confronti dei disabili?

Tutti gli uomini sono uguali e non possono essere discriminati in ragione del loro stato di salute, tutti gli uomini hanno diritto alla vita, tutti gli uomini hanno diritto ad essere curati ed accuditi: sono queste le fondamenta della nostra civiltà, e l’uccisione di Eluana Englaro costituirebbe per esse un altro colpo durissimo, dopo quelli già inferti dalle leggi sull’aborto e sulla fecondazione artificiale extracorporea.

Dobbiamo difendere la vita di Eluana Englaro, e anche riaffermare la verità: che i soggetti in stato vegetativo persistente sono vivi e quindi assolutamente meritevoli di tutte le terapie ordinarie, oltre che alle cure palliative; che nutrizione e idratazione non sono terapie, ma sostentamento vitale e che la loro privazione significa uccidere per fame e per sete il disabile; e ancora che non esiste in Italia il diritto al suicidio e, infine, che Eluana non ha mai chiesto di essere uccisa.

Dobbiamo ribadire con forza che mai possono essere negate cure vitali e che neppure una dichiarazione anticipata davanti ad un notaio può autorizzare l’eutanasia.

E’ una battaglia di civiltà.

Comitato Verità e Vita

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