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Elogio di Giuliano Ferrara, il Centurione

2007-12-22

Il Foglio, pag. XII, 22 dicembre 2007.

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di

Alessandro Gnocchi e
Mario
Palmaro

L’appello lanciato da Giuliano Ferrara per la moratoria
dell’aborto nel mondo è un gesto insieme lucido e
commovente. Lucido, perché esprime quello che tantissimi
pensano ma non hanno il coraggio di dire. E cioè che la
modernità – o la post modernità, se si
preferisce – convive con un mostro: la condanna a morte
legalizzata di milioni di esseri umani innocenti. Nessuno –
nemmeno nell’ambito della cultura cattolica ufficiale –
ha oggi il coraggio mostrato da Ferrara. Il coraggio lucido e
insieme sfrontato di coniugare la riflessione sulla pena di morte a
quella sull’aborto. Mentre in non poche parrocchie e curie
vescovili in queste ore si esulta acriticamente (e in maniera anche
un po’ beota) per la moratoria votata dall’Onu sulla
pena capitale, Ferrara alza la manona, rompendo l’incantesimo
del politicamente corretto, e dice: e dei bambini non nati,
vogliamo parlarne? La portata dell’articolo di Ferrara
è enorme perché non fa appello ai sentimenti, anche
più nobili; non solletica le corde
dell’emotività; e non accetta nemmeno di essere
rinchiuso nel comodo recinto della riflessione morale, nel
territorio nobile ma silenzioso della coscienza. No: Ferrara pone
frontalmente il problema in termini giuridici. L’aborto
legale è scandaloso perché si poggia sull’idea
– scritta nero su bianco dai Parlamenti democratici – che si
possa procedere alla eliminazione intenzionale di un essere umano
innocente senza alcun riguardo al suo indiscutibile diritto alla
vita. Ferrara si spinge molto oltre una generica e tutto sommato
indolore condanna morale dell’atto abortivo. Per questo non
riusciremo mai a ringraziarlo abbastanza.



Ma, dicevamo all’inizio, nel suo articolo c’è
qualche cosa di commovente. Perché alla base del suo
discorso c’è un riconoscimento. Il riconoscimento di
un fatto: Ferrara assomiglia sempre più a quel Centurione
romano che, stando ai piedi della croce, sul Calvario, mentre tutti
irridono il Cristo, lo sbeffeggiano, lo sfidano a scendere dal
patibolo affinché dimostri se egli è veramente chi
dice di essere; insomma, mentre intorno il mondo non vede, non
riconosce, lui, il ruvido soldato romano, a un certo punto capisce
tutto e rende testimonianza: “Vere homo hic Filius Dei
erat”. Costui era veramanete il figlio di Dio. Ferrara
assomiglia a quel centurione, perché si mette davanti
all’embrione e – senza dover compiere alcun atto di
fede, ma in semplice ossequio alla sua ragione – riconosce
che “veramente questo è un uomo, e un uomo
innocente”. Lo fa sfidando l’irrisione e il sarcasmo
del tempo presente. Ma proprio per questo il suo ragionevolissimo
appello ci commuove. E ci spinge a promettergli che nell’ora
della solitudine e della vendetta che certamente il mondo del
pluralismo e della tolleranza gli riserverà, in
quell’ora noi saremo – per quel poco che può
valere – al suo fianco.






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