194: una legge gravemente ingiusta

2008-03-15

Tratto da RADICI CRISTIANE, n. 32, Febbraio/Marzo 2008

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Intervista a Mario
Palmaro

194: una legge gravemente
ingiusta

Mario Palmaro è Presidente nazionale del Comitato
Verità e Vita (www.comitatoveritaevita.it
). Scrive per il Timone e il Giornale. Filosofo del diritto e
bioeticista, insegna all’Università Pontificia Regina
Apostolorum e all’Università Europea di Roma. Il suo
testo “Ma questo è un uomo” (San Paolo, 1995),
giunto alla terza edizione, è considerato uno degli studi
italiani più completi sul tema dell’aborto procurato.
Per i tipi di SugarCo sta preparando un nuovo libro
sull’aborto, che uscirà a maggio.






Professor Palmaro, come giudica quanto sta accadendo in
questi giorni in Italia con il riaprirsi del dibattito sulla legge
194?


E’ un fatto molto positivo, perché significa che dopo
trent’anni di aborto di Stato, la ferita aperta nel nostro
Paese non si è ancora rimarginata. Chi sperava di mettere
una pietra tombale sulle istanze dei nascituri, che non votano e
non rilasciano interviste, dovrà rassegnarsi: ci sarà
sempre qualcuno che non è disposto a conformarsi alla prassi
e al senso comune. Ben venga un nuovo dibattito sulla legge 194. A
patto però che sia una discussione seria. Che cioè si
vada al cuore del problema, senza fermarsi alle solite questioni
marginali che servono solo a far contenti gli ingenui e a lasciare
le cose come stanno.

Sembra di capire che lei non condivida l’idea, diffusa
anche in ambienti cattolici, che la 194 non sia poi una legge
iniqua, ma solo una legge male applicata…

Mi
batto contro la legalizzazione dell’aborto da quando avevo
dieci anni, all’epoca in cui in Italia fu approvata la 194.
Alle scuole medie facevamo discussioni in classe per convincere
compagni e insegnanti che l’aborto non è un diritto ma
un delitto. Esiste una “ortodossia” sull’aborto
che trent’anni fa era affermata senza cedimenti da riviste e
giornali cattolici, e che oggi dobbiamo difendere con i denti,
perché c’è in giro molta confusione anche in
alcuni ambienti cattolici tutt’altro che marginali. Prevale -
quando va bene – una lettura teologico-morale del problema:
l’aborto è un grave peccato, si dice. E’ vero.
Ma poi si aggiunge: la legge 194 non è poi così male,
anzi è necessaria per evitare l’aborto clandestino. E
questa è, in termini filosofico-giuridici, un’eresia.
E’ una tesi abortista. Basta la retta ragione per
affermarlo.

Se poi si è
cattolici…


Se si è cattolici, ci si vada a rileggere quanto Giovanni
Paolo II scrive nella Evangelium vitae: il nostro compito non
è solo quello – lodevole – di aiutare le donne
con gravidanze difficili e distribuire pannolini. Dobbiamo
innanzitutto denunciare pubblicamente che la legge 194 è
gravemente ingiusta, e che ogni legalizzazione dell’aborto
è inaccettabile. Una forma di opposizione che non deve mai
essere messa fra parentesi, nemmeno per ragioni strategiche.

Che cosa risponde a coloro che parlano di
“aspetti positivi della 194 ancora da
applicare”?


La 194 non è una buona legge applicata male.
Non c’è alcuna eterogenesi dei fini, ma al contrario la
norma ottiene quello che vuole  e che promette: e cioè,
che la donna possa decidere in maniera arbitraria della vita del
proprio figlio. E’ il principio di autodeterminazione della
donna. Ora, è inutile una discussione sulla 194 che non
contesti questo punto. I cosiddetti aspetti positivi della legge
sono assolutamente marginali. E’ chiaro che si deve fare di
tutto per salvare anche un solo bambino. L’importante,
però, e che non si dia l’impressione di accettare la
“cultura della scelta”, per cui si dà per
assodato il monstrum giuridico che dà alla donna il potere
di decidere della vita o della morte del nascituro.

Alcuni fanno notare che all’articolo 1 la legge
parla di “tutela della vita fin dal suo
inizio”…


Intanto, non si chiarisce quale sia questo inizio, cavalcando
l’ambiguità del termine. E poi, siamo di fronte a un
colpo di genio dell’abortismo umanitario: dichiarare un
principio che nasconda il senso dell’intera legge sotto il
mantello dell’ipocrisia. Sarebbe come se una legge che
regolamenta la pena di morte recitasse all’inizio: lo stato
tutela i diritti dei detenuti.

Secondo qualche giurista, la 194 non conterrebbe un vero e
proprio diritto di abortire per la donna. Lei è
d’accordo?


Assolutamente no. A dispetto delle premesse, la legge 194 introduce
nell’ordinamento un antiprincipio assai grave: il diritto di vita e
di morte per la donna nei confronti di un altro essere umano
innocente. Questo ius vitae ac necis è assegnato alla donna
in maniera totale ed esclusiva, attraverso l’espediente della
procedura, che trasforma un delitto in un atto medico pagato dai
contribuenti.

Perché capita di ascoltare giudizi assolutori
sulla 194 anche da studiosi di area cattolica?


L’effetto peggiore delle leggi ingiuste è che con il
passare degli anni si autolegittimano. Dopo trent’anni la 194
fa meno impressione, molti cominciano a metabolizzarla. Eppure
questa legge ha fatto quasi 5 milioni di vittime innocenti, ha
trasformato l’aborto in una questione esclusivamente
femminile, ha escluso il padre dalla decisione. La 194 introduce
l’aborto eugenetico, discriminando i concepiti ammalati.
L’aborto viene escluso soltanto qualora il feto sia in grado di
sopravvivere fuori dal corpo della donna. Non esiste alcun apparato
sanzionatorio, ad eccezione dei casi di aborto colposo o contro la
volontà della donna. Insomma: questa legge è un vero
disastro. Altro che parti positive.

Alcuni, anche nell’ambito dei pro life italiani,
propongono di rinunciare all’idea che l’aborto debba
essere punito. Che cosa ne pensa?


E’ un grave errore, un sorprendente non-senso tecnico
giuridico. Il diritto ha un unico linguaggio: stabilire precetti e
divieti, e presidiarli con una sanzione. Che potrà anche non
essere il carcere, quando ragioni di umanità suggeriscono il
ricorso a misure alternative. Ma la pietà non può
fare velo alla necessità di tutelare un bene giuridico
fondamentale come quello della vita umana. L’infanticidio
è, ad esempio, un delitto che mette insieme una colpa
oggettivamente gravissima e una condizione spesso fragilissima
della madre colpevole. Eppure, nessuno ha proposto – almeno
per ora – di depenalizzare questo reato. Ora, non è
possibile tutelare la vita del concepito senza l’arma della
minaccia sanzionatoria, pur nelle forme e nei modi più
compatibili con la natura di questo delitto. Ricordiamoci che
l’abortismo si è affermato proprio rivendicano la
depenalizzazione.

Si dice che una certa duttilità sui principi sia
necessaria, perché oggi non è possibile abrogare o
anche solo cambiare la legge 194. Lei che cosa
risponde?

Sono più che mai convinto che
oggi in Italia non esistano le condizioni per modificare anche di
poco la 194. C’è una spaventosa mentalità
abortista diffusa, che richiederà decenni di lavoro per
essere capovolta. Dopo il referendum del 2005 sulla fecondazione
artificiale, qualcuno ha parlato di “vittoria” della
cultura della vita: un pauroso abbaglio. C’è
però un elemento incoraggiante: le nuove generazioni sono
meno ideologizzate dei loro nonni e dei loro genitori. E che cosa
possiamo fare per questi ragazzi? Non certo annacquare la
verità, per renderla più digeribile. Non certo dire
che “la 194 è una buona legge”. Ma dire loro con
forza che questa è una legge gravemente ingiusta.

Cosa risponde a quanti dicono che, con una simile
posizione intransigente, si ostacolano cambiamenti positivi della
legge 194 o della sua applicazione?


Che è una tesi assurda. I radicali si battono da
quarant’anni per avere il massimo, e così ottengono
almeno il minimo. E non si fermano mai. Solo se teniamo alta la
posizione di bandiera possiamo esercitare sulla politica –
che è luogo di mediazione – una benefica spinta verso
la giusta direzione, anche a piccoli passi. Non mi spaventa morire
in un mondo in cui ci sia ancora la legge 194. Mi spaventa morire
in un mondo in cui più nessuno dice che la 194 è una
legge gravemente ingiusta. Non mi spaventa morire in un mondo in
cui gli abortisti sono la stragrande maggioranza. Mi spaventa
morire in un mondo in cui tutti, anche gli antiaboristi, ragionano
e parlano da abortisti.






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